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Home - “Dovevano farmi buchi buchi, cancellarmi i connotati”. Sangue e vendette tra clan di Foggia e Gargano

“Dovevano farmi buchi buchi, cancellarmi i connotati”. Sangue e vendette tra clan di Foggia e Gargano

Di Redazione
22 Febbraio 2019
in Inchieste
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I riassetti dei clan foggiani e garganici dietro l’agguato fallito al 38enne di Manfredonia, Giovanni Caterino (in alto, nel riquadro piccolo). Questo emerge dall’ordinanza cautelare sull’arresto di Massimo Perdonò (in alto, nel riquadro grande), 41enne vicino alla batteria della “Società”, Moretti-Pellegrino-Lanza e nipote del Mammasantissima, Rocco Moretti, 68 anni. La DDA contesta a Perdonò l’aggravante della mafiosità per aver agito con metodo mafioso e per agevolare il clan Romito (alleato dei Moretti). Dello stesso avviso il gip di Bari, Antonella Cafagna che ha firmato l’ordinanza cautelare in carcere.

“Non sfugge come in questa indagine taluni indici dell’aggravante della mafiosità trovino pieno riscontro nelle risultanze dell’attività investigative. Significativa innanzitutto è l’identità di Giovanni Caterino e quella di Massimo Perdonò: il primo è soggetto inserito nella fazione dei Li Bergolis; quanto al secondo la sua appartenenza alla “Società foggiana” quale esponente del clan Moretti/Pellegrino/Lanza, alleato della consorteria dei Romito contrapposta a quella dei Li Bergolis, è ampiamente documentato dagli atti dell’inchiesta Decima Azione”.

“Se dunque si considera la annosa rivalità dei sodalizi criminali di appartenenza di Caterino e di Perdonò e la partecipazione del primo alla pianificazione dell’omicidio di Mario Luciano Romito” (il capo clan ucciso il 9 agosto 2017 nella strage di San Marco) è verosimile ravvisare le ragioni a fondamento dell’agguato ai danni di Caterino nella volontà di vendicare l’omicidio di Mario Luciano Romito, in modo tale da ridefinire gli assetti di potere nella criminalità mafiosa operante sull’area garganica”.

Secondo l’accusa, Perdonò e altri due presunti complici ancora ignoti si appostarono con una “Giulietta” rubata, sotto casa di Caterino per ammazzarlo e vendicare la morte di Mario Luciano Romito. “Se dietro la strage di mafia c’è il clan Libergolis che voleva liberarsi, sia per vendetta sia per questioni d’affari criminali, dell’esponente di spicco del clan Romito, dietro il tentato omicidio di Caterino – dicono DDA e investigatori – c’è il desiderio di vendetta e riaffermazione del proprio potere del clan Romito che con l’aiuto del gruppo Moretti-Pellegrino-Lanza voleva vendicare la morte violenta di Mario Luciano Romito. L’agguato a Caterinò falli perché la vittima designata – proseguono investigatori, pm e gip – vide i sicari incappucciati e armati e riuscì a scappare con l’auto, nonostante il tentativo dei killer di speronarlo con la propria macchina che rimase incidentata, tanto da costringerli a rapinare l’utilitaria di un passante per fuggire”.

L’intercettazione chiave dell’inchiesta a carico di Perdonò è il colloquio avvenuto la mattina del 24 febbraio 2018 – e quindi sei giorni dopo l’agguato fallito a Caterino – tra lo stesso Perdonò e un suo amico estraneo a questa indagine, Francesco Abbruzzese detto “stoppino”, altro foggiano ritenuto legato ai Moretti ed a sua volta di nuovo in cella dal novembre scorso per mafia ed estorsione. Abbruzzese a febbraio 2018 era ai domiciliari per un’altra vicenda e la microspia fu piazzata dalla squadra mobile nella sua abitazione nell’ambito di un’altra indagine sulla mafia del capoluogo. A dire dell’accusa, Perdonò parlando e confidandosi con l’amico di fatto confessò il proprio coinvolgimento nel tentativo di omicidio ai danni di Caterino e nella successiva rapina ai danni di un automobilista per poter fuggire dal luogo dell’agguato fallito.

“Come se ne è uscito quella mattina è andata la volante – disse Perdonò -, come ho visto tutto coso me ne sono andato. Ci siamo messi con la macchina ad aspettare, non ti dico Franco che è successo. L’ho visto io a quello poi, dopo quella là ha cambiato, la fortuna nostra è che quel ‘calamone’ è passato dritto, e lui è sceso a piedi, io l’ho visto, ho detto vedete che è lui. Ancora non è lui, oh, ho detto è lui, sentitemi che è lui, è lui, è lui, facevo io: devo andare io? No, non ancora si adesso passiamo avanti, quello ci ha visti, ci ha visto, quello all’ultimo momento piglia e va a prendere la macchina sua. Lo agganciamo davanti con la macchina, lo prendo di faccia, oppure se lascia spazio ci mengo una botta”.

Secondo il gip Cafagna: “Perdonò ha quindi riferito al suo interlocutore una scansione degli eventi perfettamente compatibile con le altre risultanze investigative”. Va rimarcato che quando la squadra mobile intercettò la conversazione tra Perdonò e l’amico, non si sapeva nulla dell’agguato subito da Caterino sei giorni prima e mai denunciato alle forze dell’ordine. L’intuizione dei poliziotti, visto che nell’intercettazione si diceva anche “ho dovuto togliere una macchina a uno”, fu di controllare le rapine avvenute in quel periodo e si scoprì così che la mattina del 18 febbraio 2018 un manfredoniano era stato aggredito da tre persone armate a incappucciate e rapinato della propria Fiat Panda. Quando poi il 16 ottobre 2018 Caterino fu arrestato per la strage di mafia e furono svelati gli atti d’indagine e le intercettazioni, si venne a sapere anche del tentato omicidio subìto dallo stesso manfredoniano il 18 febbraio: a quel punto l’agguato fallito venne collegato alla conversazione intercettata che coinvolge Perdonò.

I timori di Caterino

A conferma di tutto ciò anche un’intercettazione nella quale a parlare fu Caterino. “A me mi dovevano fare buchi buchi, mi dovevano cancellare i connotati, però non ce l’hanno fatta”. E ancora: “Tutti quanti sanno che io non posso stare a Manfredonia, che io c’entro in qualche cosa, che a me mi devono uccidere. Il giorno che è morto Saverino mi sono detto “mo’ sono morto io” perché loro tenevano due persone che dovevano uccidere, quelli tengono anche ad altri, però la priorità era a me a Saverio Faccia d’angelo”. Il riferimento è a Saverio Tucci, 44enne manfredoniano, ritenuto legato ai Li Bergolis, ucciso ad Amsterdam, in Olanda, il 10 ottobre 2017 dal compaesano Carlo Magno che confessò alla Polizia olandese e fece ritrovare il cadavere, ed è poi diventato un pentito che ha parlato con la DDA di Bari rivelando che proprio Tucci gli avrebbe confidato d’essere uno dei componenti del commando che il 9 agosto 2017 uccise Mario Luciano Romito, il cognato De Palma e i fratelli Luciani”.

Una “bomba atomica” con sete di vendetta

Giovanni Caterino, in un’intercettazione captata, affermò di sentirsi come una “bomba atomica”, preoccupato per un possibile arresto. “Ma tutto sta ad arrivare al 23 dicembre, allora mi devo scatenare… mi devo prendere una bottiglia di champagne e me la devo bere tutta” (probabilmente riferito al fatto che durante le feste natalizie c’è un rallentamento delle attività giudiziarie).

Caterino in una conversazione rivelò di essere scampato ad un agguato il 18 febbraio 2018. Tre persone mascherate a bordo di una Alfa Romeo Giulietta lo speronarono ma lui riuscì a rimanere lucido, aumentando bruscamente la velocità.

Secondo Caterino furono i Romito-Ricucci, clan opposto ai Li Bergolis-Miucci a tentare di eliminarlo. E infatti aveva già individuato chi uccidere per replicare all’agguato nei suoi confronti: “Allora stanno in movimento questi bastardi… quello è facile, facile togliere davanti a quel bastardo… va camminando da solo… ieri camminava lui da solo…”

Dopo sarebbe passato al suo principale obiettivo ovvero Pasquale Ricucci detto “fic secc”, che Caterino ascriveva al gruppo dei Romito e che divenne bersaglio delle sue intenzioni di ritorsione.

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Tags: FoggiagarganoGiovanni CaterinomafiaMassimo Perdonòstrage San Marco
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