Mafia del Gargano, Baffino e soci alla sbarra. Chieste condanne per il piano di fuga dal carcere di Foggia

Processo “Nel nome del padre”. Le richieste del pm e la replica degli avvocati difensori: “Imputati vanno assolti. Non sussiste reato di tentata evasione”

È ormai alle battute finali il processo “Nel nome del padre”. Sentenza attesa a inizio 2019. Alla sbarra personaggi influenti della malavita garganica, su tutti il mattinatese Antonio Quitadamo (in alto la sua cella quando si trovava nel penitenziario di Foggia, ora è a Melfi, ndr) detto “Baffino”, 43enne “primula rossa” del clan Romito. Al centro del procedimento il piano di evasione dal carcere di Foggia, nel Capodanno 2018, sventato grazie alla Guardia di Finanza. Il pm ha chiesto la condanna a 6 anni di Quitadamo, (4 anni e 4 mesi per la detenzione di due fucili e 1 anno e 8 mesi per il tentativo di evasione), e di 1 anno e 4 mesi di Hechmi Hdiouech, 34 anni di Vieste ma originario del Nord Africa, per tentata evasione.

Il pm ha poi chiesto 6 anni e 8 mesi di reclusione per un altro esponente di spicco del clan Romito, Danilo Pietro Della Malva, 32 anni di Vieste detto “u’ meticcio” (5 anni per la detenzione di tre fucili e 1 anno e 8 mesi per concorso in tentata evasione) e 7 anni per il padre Giuseppe Della Malva di 54 anni, anche lui viestano (4 anni e 4 mesi per la detenzione di due fucili e 2 anni e 8 mesi perché avrebbe favorito in passato la latitanza di Quitadamo). Chiesta la condanna a 1 anno e 8 mesi del 41enne manfredoniano Aronne Renzullo e 1 anno e 4 mesi per il padre Luigi Renzullo di 70 anni, la mattinatese Marisa Di Gioia di 32 anni (moglie di Quitadamo) e Leonardo Ciuffreda, 41enne originario di San Giovanni Rotondo. Questi ultimi 4 imputati rispondono solo di concorso in tentata evasione. Il nono imputato è Anna Filomena Pacillo, 36 anni di Manfredonia, moglie di Aronne Renzullo, che ha chiesto di patteggiare un anno per concorso in tentata evasione.

La difesa degli imputati ha sostenuto che gli imputati debbano essere assolti in quanto non sussiste il reato di tentata evasione. Presupposto del reato è che l’autorità perda il potere di controllo sul detenuto, il che non sarebbe mai successo in quanto, attraverso le intercettazioni, il progetto di fuga fu costantemente monitorato dai finanzieri.

Oggetto del contendere anche il ruolo dei fili diamantati nascosti in una borsa e recapitati ai detenuti per segare le sbarre. Non si sa se e quanto tempo sarebbe occorso a Baffino e Hdiouech per aprirsi un varco senza causare rumori. Inoltre, sarebbe stato comunque impossibile per loro evadere, in quanto avrebbero dovuto superare alcuni mura di cinta compreso l’ultimo, alto circa 12 metri, per salire sulla gru posta all’esterno e fuggire. Insomma, un piano irrealizzabile stando alla difesa degli imputati.



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