La cella del boss “Baffino”, i “pavoni” e la furia contro i suoi avvocati: “Devo mangiarli il cuore”

La cella numero 3 del carcere di Foggia al centro dell’inchiesta “Nel Nome del Padre” che ha portato a 9 arresti nella mala garganica.

La cella numero 3 del carcere di Foggia al centro dell’inchiesta “Nel Nome del Padre” che ha portato a 9 arresti nella mala garganica. Nell’ordinanza firmata dal Gip Carlo Protano, emerge tutto lo spessore criminale di Antonio “Baffino” Quitadamo, 42 anni, che nelle carte viene chiamato anche “il corto”, “Torello” e persino “Antonello Venditti”. Nella cella 3, il boss di Mattinata, ritenuto elemento di spicco del clan Romito, era in compagnia dei detenuti Hachmi Hdiouech, 34enne (anche lui arrestato nell’operazione) e L.C..

“Nel Nome del Padre” ha portato inoltre agli arresti di Danilo Pietro Della Malva, classe ’86, Giuseppe Della Malva, classe ’64, Aronne Renzullo, classe ’77, Marisa Di Gioia, classe ’86, Anna Filomena Pacillo, classe ’82, Leonardo Ciuffreda, classe ’77 e Luigi Renzullo, classe ’43.

Quei fucili diventati “pavoni”

Come raccontato ieri, Baffino voleva evadere dal carcere nel giorno di Capodanno. Grazie a dei telefoni cellulari introdotti nel penitenziario da detenuti brindisini, il boss era entrato in contatto con la moglie, il figlio e alcuni suoi gregari come i Della Malva. Si parla anche di fucili calibro 12, che nel linguaggio in codice vengono definiti “pavoni”. Stando alle indagini, queste armi, sequestrate durante l’operazione, potrebbero essere state utilizzate in recenti atti sanguinari sul Gargano come quello del giugno 2017 ad Apricena ai danni di Antonio Petrella, 54 anni e il nipote Nicola Ferrelli, 40 anni nell’ambito di una possibile guerra tra Romito e clan dell’Alto Tavoliere. I fucili sono stati inviati al RIS.

Nelle carte di “Nel Nome del Padre”, ecco come Baffino si rivolge a Danilo Della Malva per chiedergli conferma dell’individuazione-rinvenimento dei fucili.

Quitadamo: tieni presente dove stavo io da te? (il riferimento è verosimilmente alla latitanza di Quitadamo trascorsa nella tenuta attigua a un B&B di Vieste, contrada Salerno)

Della Malva: certo

Quitadamo: oh, hai visto di fronte c’è qualche cespuglio dal confine tuo, dove stavano i sacchetti il tubo davanti a te

Della Malva: si

Quitadamo: oh, là stanno i pavoni, comincia a mettergli la gabbia, è facile facile, hai visto dove sta il tubo per l’acqua per riempire la botte, là c’è un tubo per l’acqua? Sopra, proprio sopra a cinque metri dalla rete tua a cinque metri

Della Malva: va bene

Quitadamo: se vai per dietro è facile, per vicino la mandria delle mucche

Pochi minuti dopo…

Della Malva: li ho visti ma non si fanno acchiappare quei bastardi

Quitadamo: tu mo, se li riesci ad acchiappare domani, se li hai visti dove stanno… pulisci, togli quelle penne vecchie… compri il mangime quello buono.

Il viaggio dei “capelli d’angelo”

Fu la madre di L.C., detenuto nella cella 3 con Baffino e Hdiouech, a consegnare la borsa coi “capelli d’angelo” nascosti nella cucitura, al figlio durante una visita. Si trattava di due seghe a filo del tipo comunemente denominato “capello d’angelo” della lunghezza rispettivamente di circa 51 e 55 centimetri, costituite da 4 fili metallici intrecciati perfettamente idonei, stando alle analisi, a tranciare le sbarre della cella numero 3. Il tutto sarebbe stato facilitato dalla carenza del sistema di sicurezza e sorveglianza del penitenziario. Da una simulazione è emerso che anche persone dalla scarsa capacità fisico-atletica come Quitadamo avrebbero facilmente portato a termine l’evasione.

Stando alle carte, Marisa Di Gioia, moglie di Quitadamo, passò gli strumenti alla Pacillo, moglie di Aronne Renzullo che avrebbe provveduto all’occultamento nella borsa con l’aiuto del padre Luigi, artigiano. Per poi trasferire la borsa a Ciuffreda. Quest’ultimo l’avrebbe consegnata a Danilo Della Malva. La borsa sarebbe poi passata alla sorella di Hdiouech, e da costei alla madre di L.C..

L’idea dell’omicidio in carcere

Tra una conversazione e un progetto di evasione, c’è spazio anche per il progetto di un omicidio da commettere all’interno del carcere di Foggia. In realtà Baffino non ci andò neanche vicino ma l’intenzione era chiara. Voleva ammazzare un altro detenuto e perciò gli serviva una “cintura”, termine utilizzato per indicare un oggetto idoneo a uccidere.

Quitadamo: ti devi sbrigare, ti devi sbrigare!!!

Della Malva: aspetta, per il fatto della cintura tu dici?

Quitadamo: bravo, della cintura, bravo… vedi di farmi questo piacere, mandami questa cintura, gentilmente.

Evasione da film

Della Malva e Hdiouech parlano di Capodanno come giorno ideale per la fuga: “Sarebbe buono”. “Eh lo so, bello, bellissimo proprio!”

Della Malva: chi sono i gregari?

Hdiouech: per il momento io, poi c’è… Antonello Venditti (Antonio Quitadamo, appellato anche Antonello, “il corto” e “torello”)

Legalmente o meno, Baffino sarebbe uscito: “Il 20 gennaio mi butto fuori”, aveva detto alla moglie. Dopo aver tranciato le sbarre, Baffino sarebbe scappato assieme a Hdiouech fino a raggiungere un enorme braccio metallico dotato di cestello che li avrebbe portato oltre le mura del carcere. Nelle conversazioni, il mezzo speciale per la fuga era chiamato “vacca”, “vacchina”, “macchina” e “camion”. 

Lo spessore criminale di Baffino

Il boss era in carcere dal 24 settembre 2017 dopo un periodo di latitanza di circa 72 giorni. Il suo curriculum, ricostruito nell’ordinanza, è di tutto rispetto: Denunciato a piede libero per omicidio colposo, lesioni personali e sequestro di persona il 2 febbraio 2009, arrestato per minaccia e armi il 23 marzo 2009, arrestato per furto il 6 settembre 2011, per estorsione, droga e armi il 9 ottobre 2013, per estorsione il 20 febbraio 2014, condannato con sospensione condizionale della pena per estorsione il 27 agosto 2016, arrestato per estorsione, armi e rapina aggravata il 31 ottobre 2016, con obbligo di presentazione alla p.g. per ricettazione, armi e rapina il 29 aprile 2017 e, infine, arrestato per estorsione il 24 settembre 2017 dopo 72 giorni di latitanza.

Su di lui gravano, inoltre, due rinvii a giudizio, una condanna in primo grado per tentata estorsione continuata e un giudizio abbreviato del 18 gennaio 2018 per tentata estorsione continuata e ricettazione.

La furia contro i suoi avvocati

“Baffino” decise di costituirsi nel settembre 2017 dopo 72 giorni di latitanza. Un errore? Secondo il boss, si. E durante una conversazione con la moglie, “Baffino” manifestò rabbia e propositi aggressivi verso i suoi avvocati difensori, “rei” di averlo convinto a consegnarsi.

Alla moglie disse punto per punto ogni parola che avrebbe dovuto riferire a uno dei legali: “Tu devi parlare come ti dico io di fronte a lui… tu avevi promesso a quello 15, 20 giorni massimo un mese lo mettevi fuori… sennò quello non si consegnava mo che cosa il definitivo… e non andare nemmeno al carcere… devi dire… non ci andare al carcere che fai più bella figura… altrimenti ti farà fare una figura di merda. Digli non andare al carcere altrimenti ti alliscia il pelo… che tu le persone non le prendi per il culo… minaccialo, minaccialo! Digli se per la Concetta (l’Immacolata l’8 dicembre, ndr) non esce… prima di tutto qua non ci venisse più… non ci andare più… altrimenti lo squarto… quella maledizione di domenica che l’ho fatto consegnare… pezzo di merda… hai capito cosa devi dire? Quello solo una cosa prega… che non arriva una brutta notizia sul figlio… che se arriva ti deve prendere la testa a te e tua moglie e tutta la razza tua… devi dirgli hai finito di fare l’avvocato… hai finito di andare in giro…”

Una rabbia, quella di Baffino, che monta sempre più pensando a possibili guai per suo figlio: “Digli tu pensa solo una cosa se al figlio gli succede qualcosa, tu sei morto, digli tu sei morto, tu sei un morto che cammina”. E ancora: “Che guaio che mi hanno fatto questi ricchioni… li devo prendere e fare a pezzi pezzi pezzi pezzi pezzi pezzi… non sia mai che non esco me li devo mangiare il cuore… li devo scannare… li devo spulciare… li devo ficcare le mani negli occhi li devo sventrare come i cani… mannai loro e chi le murt… il cuore mi devo mangiare”.

“Nel Nome del Padre”

Baffino ordinò al figlio di minacciare P.B. perché entro il lunedì successivo avrebbe dovuto “fare il servizio” (è emerso che Quitadamo pretendeva 2.000 euro da P.B., soldi che avrebbe poi dovuto consegnare all’avvocato e che effettivamente P.B. corrisponderà).

Dal carcere il boss sentiva la necessità di mandare segnali nella sua Mattinata per confermare il suo predominio nonostante la detenzione. Per questo disse alla moglie: “Acchiappa B. (figlio di Baffino, ndr), incendiasse cinque sei macchine la sera dentro Mattinata. Però si mettesse il passamontagna in faccia, andasse a piedi”.

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