<span style=color:red>Esclusivo/</span> Le rivelazioni di un pentito: “Boss foggiano mi ordinò di uccidere pm e ora mi vuole morto”

A destra, il pm Giuseppe Gatti
A destra, il pm Giuseppe Gatti

Ha paura di essere ammazzato Antonio Niro, collaboratore di giustizia. Teme che la mafia foggiana possa eliminarlo molto presto dato che i boss sarebbero già sulle sue tracce. “Spero almeno che non mi facciano soffrire”, ha riferito a l’Immediato. Oggi Niro è a oltre 1200 chilometri da Foggia, in una località che doveva essere sicura ma non lo è più: “Il programma di protezione (attivo dal 2007 al 2013, ndr) è terminato. Non sussistevano più i rischi”. Ma circa tre mesi fa, il Ministero ha comunicato al suo comune di nascita, San Severo, le nuove generalità e l’indirizzo, dati essenziali per cominciare una nuova vita ai servizi sociali. Al momento Niro campa solo grazie alle pensioni di invalidità della moglie e di una delle due figlie. “Ma un errore burocratico potrebbe costarmi molto caro. Sono già venuti a trovarmi, ho ricevuto minacce. Mia moglie è stata pedinata. Sanno dove sono. L’ufficio che doveva tutelare le mie nuove generalità non lo ha fatto, rendendole pubbliche”. Ora, Antonio Niro si sente un uomo morto che cammina.

Giuseppe Gatti, il pm da uccidere

Il calvario di Antonio Niro iniziò nel 2006: “Roberto Sinesi e Ciro Moffa mi ordinarono di eliminare il pm, Giuseppe Gatti. Lo pedinai per tre giorni durante i suoi continui spostamenti. Dovevo ucciderlo nella stazione di Foggia, appena arrivato da Bari. All’esterno della stazione lo aspettava l’autista per portarlo in tribunale. Poi mi rifiutai. Non indagava nemmeno su di me. Era un giovane, più o meno della mia età e non mi aveva fatto nulla. Non la vedevo come una questione personale. Non aveva l’aspetto cattivo. Se era per una cosa mia lo avrei fatto. Secondo me se uno ritiene di essere un boss lo fa lui. Se uno si sente talmente potente non manda lo scagnozzo, almeno così la penso io”.

Dal racconto a dare l’ordine furono Ciro Moffa e Roberto Sinesi, gli unici due coi quali Niro era in contatto. Il pentito conosceva da tempo Moffa col quale lavorava nel mondo delle onoranze funebri. Con i boss iniziò a collaborare da semplice corriere della droga, poi arrivò il momento di uccidere quel pm scomodo che indagava su “intrallazzi pubblici e appalti a Foggia, soprattutto nel settore del verde pubblico e dei servizi ospedalieri”. Niro disse no: “Dopo il mio rifiuto ci fu un battibecco, temevo di essere eliminato in quel momento ma ci incontrammo in un luogo pubblico e non successe nulla”. Ma perché proprio lui doveva uccidere Gatti? “Loro sono molto bravi a valutare i comportamenti. Studiano le persone prima. Se parlano o non parlano e se ci si può fidare o meno. Io all’epoca ero pulito penalmente e non schedato. Perfetto per commettere quell’omicidio”. Niro era un insospettabile ma questo non lo convinse ad eliminare Gatti e dopo il rifiuto ai boss si mise contro tutto il clan. Dopo l’operazione Osiride, durante la quale venne sgominato il racket dei funerali a Foggia, anche Niro venne arrestato per associazione mafiosa. 10 mesi col 416 bis, poi il periodo di semilibertà e, infine, il pentimento. 

Il tranello

Due i casi per i quali Niro diede una mano alla procura. Il progetto di eliminare Gatti e l’imboscata a Giuseppe Scopece, titolare di un’agenzia di pompe funebri e nipote di Roberto Sinesi, entrato in contrasto con lo zio proprio nell’ambito del racket dei funerali. Scopece fu vittima di lupara bianca nel 2011 e il suo corpo mai ritrovato. “Dovevo farlo cadere in un tranello ma mi tirai indietro in quanto già collaboratore di giustizia. Ma venne ucciso lo stesso. Le forze dell’ordine trovarono solo il suo furgone bruciato”. Pochi dubbi su Sinesi: “È una persona molto ma molto cattiva, vorrei usare un altro termine ma mi fermo a ‘cattiva’. Non guarda in faccia a nessuno, nemmeno al figlio“.

“C’è gente che vuole parlare ma…”

Oggi a collaborare con le forze dell’ordina ci sarebbe soltanto la testimone di giustizia, Sabrina Campaniello, ex compagna di Emiliano Francavilla. Di Niro poco o nulla si è detto negli scorsi anni: “Io sono stato dentro un regolare programma. Di sicuro il Ministero non mi ha mantenuto senza motivo. Non capisco perché si ostinano a dire che la mafia foggiana non ha mai avuto collaboratori di giustizia. Non è vero che c’è omertà, la gente che vuole parlare esiste, ma se la fine che fanno è la stessa che sto facendo io, si capisce bene perché ci sia paura. Io oggi mi ritrovo peggio di prima, dopo essere stato integrato e inserito in un nuovo contesto per rifarmi una vita. Ho scritto al procuratore De Castris e non ho avuto mai risposta. La magistratura mi tuteli, non cerco soldi, voglio solo che mia moglie e le mie figlie siano al sicuro”.