Papa Francesco prega insieme al Muftì a Istanbul e Bitonci firma per dire “no” alle moschee. Messaggio non ricevuto

Mentre Papa Francesco s’inchina nella Moschea Blu di Istanbul, il sindaco di Padova Massimo Bitonci firma una petizione per dire “no” alle moschee. Otto anni fa, anche papa Ratzinger, più caro a Bitonci, aveva pregato insieme all’Imam e al Gran Muftì negli stessi luoghi sacri.

Mentre Papa Francesco s’inchina nella Moschea Blu di Istanbul, il sindaco di Padova Massimo Bitonci firma una petizione per dire “no” alle moschee. Otto anni fa, anche papa Ratzinger, più caro a Bitonci, aveva pregato insieme all’Imam e al Gran Muftì negli stessi luoghi sacri. Il messaggio cristiano lanciato dai due vicari di Cristo però continua a non essere ricevuto. Neanche da chi avrebbe le carte in regole per accoglierlo. Non è arrivato né a chi ha avuto l’idea di raccogliere le firme per impedire la costruzione di una moschea a Cittadella (dove Bitonci risiede e dove è stato sindaco per due mandati), né a chi poi ha firmato.

Il messaggio storico di Papa Francesco, lanciato da uomo scalzo a miliardi di persone, è stato l’ennesimo segnale di dialogo con il mondo musulmano. Quello di Bitonci, lanciato da tenace difensore del crocefisso a qualche migliaio di individui, l’ennesimo segnale di rottura: a Cittadella i musulmani preghino a casa loro o se ne tornino al loro paese. Questo il succo della petizione. Secoli di storia delle religioni dimenticati. “Abbandoniamo lo stile difensivo e non ci adagiamo nelle proprie posizioni statiche e immutate – ha invece detto Bergoglio ad Istanbul – .Quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi ed esclusivismi, portiamo la divisione. Le nostre difese possono manifestarsi con l’arroccamento eccessivo sulle nostre idee, sulle nostre forze, ma così scivoliamo nel pelagianesimo, oppure con un atteggiamento di ambizione e di vanità. Questi meccanismi difensivi ci impediscono di comprendere veramente gli altri e di aprirci a un dialogo sincero con loro. Dobbiamo superare le incomprensioni, le divisioni e le controversie per diventare segno credibile di unità e di pace”.

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Parole intense che sicuramente non raggiungeranno l’indole e l’anima dei terroristi islamici, che non è contro il Papa che combattono. Ma non raggiungeranno neanche quella dei cristiani a metà. Bitonci ha ingaggiato, nel suo piccolo, una guerra personale contro l’Islam. “Nelle moschee si deve parlare la lingua del paese che le ospita” ha affermato durante l’anniversario dell’attentato alle torri gemelle a New York. “Non voglio discutere di centri islamici. A Padova non siamo disponibili. Non c’è reciprocità. Quando nel mondo islamico i cristiani saranno rispettati e non perseguitati, allora ci parleremo” ha dichiarato per spiegare il rifiuto di incontrare in console del Marocco. Segnali di chiusura che fanno sicuramente presa sulla pancia del popolino a digiuno di mondo, ma non su chi è abituato a viverlo. Bitonci ogni tanto cita Papa Francesco, soprattutto quando vuole che i suoi messaggi arrivino dritti al Vescovo di Padova, con cui si scontra costantemente a distanza proprio perché interpretano diversamente i valori di fondo del cristianesimo, dal concetto di povertà a quello di “diverso”. Ma questa non è la guerra di Bitonci. La pace nel Medio Oriente, le persecuzioni dei cristiani nei sud del mondo, quelle degli islamici nel resto del pianeta, la violazione dei diritti umani nella Corea del Nord, la rivolta in Ucraina, non sono conflitti che si combattono e decidono a Cittadella.





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