Lucia scappa a Bruxelles per un lavoro. Nell’Italia non crede più. “Farò il tifo a distanza”

Tifare per l’Italia da Bruxelles. Ormai, moltissimi giovani tra i nostri, per respirare un po’ di speranza strisciano le rotelle del loro trolley fuori dai confini dello stivale. La disoccupazione creata dalla recessione economica ha raggiunto percentuali da record e gli anni passano.

Tifare per l’Italia da Bruxelles. Ormai, moltissimi giovani tra i nostri, per respirare un po’ di speranza strisciano le rotelle del loro trolley fuori dai confini dello stivale. La disoccupazione creata dalla recessione economica ha raggiunto percentuali da record e gli anni passano. C’è chi ha ancora fiducia. Chi non ne ha più ma non ha il coraggio di prendere un treno senza la certezza che ci sia qualcuno ad aspettare in stazione. C’è chi invece quel treno lo prende. Nella valigia un po’ di nostalgia variegata all’utopia di una scommessa per certi versi eccitante. Quella su se stessi. Solo su se stessi. A Bruxelles poi, di italiani ne vivono tanti. Una piccola colonia. Lucia è una di loro.

Oggi ha 35 anni ed è ricercatrice alla facoltà di Planetologia della Vrije Universitteit di Bruxelles. Scrivo di lei perché, per caso, mi sono imbattuto nella sua storia giorni fa mentre da baby migrante senza talenti ascolto tutto con più curiosità. Lucia è lo specchio di tanti ragazzi senza futuro che per cercarlo lasciano tutto e tutti. Pochi mesi fa ha organizzato una pizza con i suoi ex colleghi studenti dell’università. Durante quella pizza ha scoperto che sui 23 componenti del tavolo, 11 lavorano all’estero. Figlia di genitori emigrati in Germania e poi rientrati in Italia, Lucia si trova a distanza di una generazione a ripetere il loro stesso cammino, probabilmente senza nessuna speranza di tornare però. Senza neanche più la voglia. Come lei il 50% dei giovani adulti senza sud e nord.

Dopo la laurea in Scienze Geologiche a Milano, Lucia ha svolto un dottorato in Scienze della Terra grazie al quale si è guadagnata una borsa lavoro di 18 mesi. Lucia decide di guardarsi intorno, incerta delle prospettive offerte dalla sua Italia. Il suo mentore è molto chiaro: il biglietto di uscita da qui è di sola andata. Lucia trova un post-doc a Vienna, capitale di cui s’innamora e che considera “la città con la miglior qualità di vita al mondo”. Ci resta tre anni. Dopo il progetto si rimette alla ricerca di un lavoro. Lo trova a Bruxelles nel settore della Planetologia. Non tornerà mai più in Italia. Lo confida ad un’amica. L’amica cerca di convincerla strappandole i ricordi di quando al liceo si scambiavano la smemoranda durante l’ora di Biologia. Così solo per raccontarsi le delusioni d’amore. “Non ci credo più” le ha risposto Lucia.

“Dai resta per i mondiali e vediamoli insieme con gli amici. Cambierai idea” ha insistito l’amica, che nel frattempo ha ammesso di ritirarsi ogni sera nella stessa cameretta dove conserva ancora quella smemoranda. “Non ci credo più. Tiferò per l’Italia da Bruxelles”. Questo siamo diventati. Solo un paese per cui tifare a distanza. Per quello che era una volta. Non per quello che è oggi. Ed è colpa di una storia scritta ancora una volta dal potere di pochi.