Quel mito (inconsapevole) di Sixto “Sugar man” Rodriguez. L’ultima storia firmata Malik Benjelloul

Ci sono persone che entrano nella tua vita senza bussare. Certo, gran cafoni, ma son quelli che rimangono. Altre, invece… fuori! Questione di incastri e castrazioni naturali. Lo stesso accade per gli incontri musicali.

Ci sono persone che entrano nella tua vita senza bussare e ci rimangono.

Ci sono altri che si attaccano al campanello, ma non producono altri suoni che quello. Questione di incastri e castrazioni naturali.

Lo stesso accade per gli incontri musicali.

Se, metti il caso, ti imbatti in un Sixto Rodriguez,

capisci subito che sarà destinato a rimanere, e non solo nelle orecchie!

Conosciuto anche come Sugar man, nome preso in prestito dal titolo del suo brano più famoso, un testo sulla droga. E dopo il primo ascolto, in effetti, scatta la dipendenza e si passa al secondo: I Wonder.

Ma partiamo con “questa sgorbia storia”.

72enne, statunitense, padre messicano, una vita incredibile nella valigia. Ne ha 25 quando inizia a suonare la sua I’ll sleep away nei bar malfamati di Detroit. Nonostante la paura da palcoscenico lo costringa ad esibirsi di spalle, viene notato da due talent scout e tra il 1970 e il 1971 partorisce due dischi, perle preziosissime. Nere.

Il primo, Cold fact, 32 minuti di estasi, tra cui spicca la meravigliosa Cause, una scalata folk verso la luce.

L’altro, Coming from Reality, racchiude tra le tante anche la dolcissima ballata I think of you. E già potrebbe bastare.

Ma a volte le perle nere non vengono notate nell’oscurità. E Sixto rinuncia al sogno, trova lavoro come operaio, mette su famiglia, si laurea in filosofia, ma quella musica…no, non è nata per rimanere chiusa in un guscio d’ostrica (se ripenso a Sandrevan Lullaby/Lifestyles e alla sua sezione di archi piango note musicali).

Una storia dai contorni favolistici, in cui le note prendono il volo e vivono di vita propria, all’insaputa di chi le ha create. Siamo negli anni ’70.

Non si sa come, ma un suo disco sbarca nel continente africano, inizia a girare per radio e intorno alla sua figura si creano leggende: c’è chi dice addirittura che sia morto dandosi fuoco su un palcoscenico…gente fantasiosa.

I pezzi passano di orecchio in orecchio fino a raggiungere una notorietà inimmaginabile, pari solo – dicono – a quella di Elvis o dei Rolling Stone. Ma ancora più sbalorditivo è ciò che avviene in Sud Africa: la sua musica diventa colonna (sonora) vertebrale della lotta all’apartheid, alle ingiustizie sociali, al potere rappresentato in quegli anni dal governo razzista di Pieter Botha del National Party. Si trasforma in un disco rivoluzionario, generazionale, inno contro la segregazione…e va a sbattere contro la censura (ascoltare This is Not a Song, It’s an Outburst).

In tutto questo fermento, e mentre il successo vive di vita propria (raggiungendo l’Australia e la Nuova Zelanda) e i diritti vengono pagati a una società londinese anziché all’artista, lui rimane lontano dalle stelle, “perché – come dice lo stesso Sixto – non si può sfuggire alla realtà”.

Sì, ma che sfiga…

In sintesi una storia commovente, profonda, ripercorsa magistralmente in “Searching for Sugar Man”, documentario premio Oscar (2013) del regista Malik Benjelloul*, scomparso di recente, che segue due giornalisti intenti a scoprire che fine abbia fatto Sixto. Capiranno che è ancora vivo solo grazie alla risposta data da una delle sue figlie in un forum dedicato a lui. E da quel momento l’idolo viene restituito ai suoi fans: iniziano i concerti!

Ascoltando la colonna sonora del documentario c’è davvero da leccarsi le orecchie o semplicemente da emozionarsi. Lui, cantautore delle strade interne, degli anfratti, voce degli ultimi. Tratteggia quel fare, non scontato, degli emarginati che non si arrendono e diventano fenici che risorgono, narra microcosmi coraggiosi, spinti da sogni, in cerca di riscatti. Il nostro Sugar man calibra folk, soul, rock.

Le sue sono invettive poetiche che strizzano l’occhio a Bob Dylan (si ascolti Crucify Your Mind), che salutano non troppo da lontano il Cat Stevens di Father and Sons (confrontandola a Forget it viene davvero da chiedersi chi abbia preso spunto da chi!). Una musica che riconosci subito, come se avesse sempre fatto parte della tua vita. Che dire, questa è la storia di un mito inconsapevole, a cui è stata regalata una seconda vita dopo anni passati nell’ombra. Ma lui ha continuato a scegliere la propria, la vita vera, mostrandosi sempre in modo discreto, nel modo in cui solo una perla nera può fare. 

 

*Dedichiamo l’articolo al regista Malik Benjelloul che non ha seguito il consiglio blues di Sixto (Can’t get away) ed è andato via, consapevolmente, pochi giorni fa.