Saranno nove collaboratori di giustizia e una consulenza antropometrica sui filmati dell’agguato a costituire il cuore dell’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia di Bari nel processo per il duplice omicidio di Nicola Ferrelli detto “mezzo chilo” e dello zio Antonio Petrella, uccisi ad Apricena il 20 giugno 2017.
La Dda ha ottenuto il giudizio immediato nei confronti di quattro membri di spicco della criminalità organizzata garganica: Matteo Lombardi detto “A’ Carpnese”, 56 anni, Pietro La Torre, detto “U’ Muntaner” o “U’ figlie du poliziott” o “Pi-pì”, 43 anni, Francesco Scirpoli alias “Il lungo”, 43 anni e Luigi Ferro detto “Gino di Brancia”, 57 anni. Arrestati tra settembre 2025 (Scirpoli e La Torre) e maggio 2026 (Lombardi e Ferro), compariranno davanti alla Corte d’Assise di Foggia a partire dal prossimo 2 ottobre. Tutti e quattro sono ben noti agli inquirenti, Lombardi è già all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio di Giuseppe Silvestri.
Secondo la ricostruzione della Procura antimafia, il duplice omicidio si inserisce nella guerra di mafia tra i clan di Poggio Imperiale, Di Summa-Ferrelli e Cursio-Padula, questi ultimi alleati al clan Lombardi-Scirpoli-La Torre e ai foggiani Moretti. Proprio il boss Rocco Moretti avrebbe puntato a favorire l’ascesa del suo figlioccio Angelo Bonsanto nella zona tra Apricena e Poggio Imperiale.
La ricostruzione dell’agguato
Per gli investigatori, il commando raggiunse le vittime a bordo di una Bmw station wagon condotta da Luigi Ferro. Dall’auto sarebbero scesi Matteo Lombardi, Francesco Scirpoli e Pietro La Torre che, armati rispettivamente di pistola, kalashnikov e fucile, avrebbero aperto il fuoco contro Nicola Ferrelli e Antonio Petrella dopo che il loro Fiat Doblò era finito fuori strada, crivellandoli di colpi.
L’impianto accusatorio si fonda soprattutto sulle dichiarazioni di nove collaboratori di giustizia, oltre che su una consulenza antropometrica effettuata sui filmati delle telecamere che ripresero l’agguato.
Le accuse a Matteo Lombardi
Per la Dda, Matteo Lombardi sarebbe stato il killer armato di pistola. A indicarlo sono i collaboratori Marco Raduano, Giuseppe Francavilla e Danilo Pietro Della Malva.
Raduano ha riferito che Francesco Scirpoli gli avrebbe confidato di aver partecipato all’omicidio insieme a Lombardi, Ferro e La Torre. Analogo il racconto di Francavilla, che sostiene di aver appreso i dettagli direttamente da Pietro La Torre durante la detenzione. Della Malva, invece, racconta che fu Scirpoli a confessargli di aver preso parte all’agguato insieme al “piccoletto”, identificato in Lombardi, che avrebbe persino rischiato di essere colpito dal fuoco dei complici.
A rafforzare il quadro accusatorio vi è la consulenza antropometrica: secondo gli esperti della procura, il killer armato di pistola immortalato nei filmati era alto circa un metro e 66 centimetri, misura ritenuta compatibile con l’altezza di Lombardi, pari a un metro e 65. Facilmente riconoscibili anche Scirpoli alto circa un metro e novanta e La Torre per via della camminata e per aver agitato due dita in aria dopo il colpo di grazia alle vittime, come a decretarne la loro fine.
Le dichiarazioni su Francesco Scirpoli
Secondo l’accusa, Francesco Scirpoli avrebbe impugnato un kalashnikov. A chiamarlo in causa sono ancora Raduano e Della Malva, ai quali si aggiungono i collaboratori Antonio Quitadamo, Andrea Quitadamo e Gianluigi Troiano.
Raduano sostiene di aver riconosciuto Scirpoli nei video dell’agguato e di aver raccolto le sue presunte confidenze sul delitto. Antonio e Andrea Quitadamo riferiscono che lo stesso Scirpoli avrebbe raccontato loro la dinamica dell’esecuzione. Troiano, infine, ha dichiarato che Scirpoli, durante la detenzione, avrebbe manifestato preoccupazione dopo aver saputo della collaborazione con la giustizia di Antonio Quitadamo, temendo di essere accusato proprio per il duplice omicidio.
Anche in questo caso la consulenza antropometrica viene indicata dalla procura come elemento di riscontro, ritenendo compatibili le caratteristiche fisiche di Scirpoli con quelle del killer più alto ripreso dalle telecamere.
Le contestazioni a Pietro La Torre
Per gli inquirenti, Pietro La Torre sarebbe stato armato di fucile. A sostenerlo sono Marco Raduano, Danilo Pietro Della Malva e Giuseppe Francavilla.
Raduano afferma di aver riconosciuto La Torre nei filmati e che lo stesso gli avrebbe confermato di aver sparato durante l’agguato. Della Malva racconta invece che La Torre, preparando un successivo omicidio sul Gargano, gli avrebbe confidato l’intenzione di utilizzare lo stesso fucile impiegato per uccidere Ferrelli e Petrella. Francavilla riferisce infine di aver raccolto da La Torre, in carcere, le presunte ammissioni sul proprio coinvolgimento e su quello degli altri tre imputati.
Il ruolo attribuito a Luigi Ferro
Per Luigi Ferro, la procura ipotizza il ruolo di autista del commando. A suo carico vengono richiamate le dichiarazioni di Marco Raduano e Giuseppe Francavilla, secondo i quali sia Scirpoli sia La Torre, raccontando il proprio coinvolgimento nell’agguato, avrebbero indicato Ferro come il conducente della Bmw station wagon utilizzata dal gruppo di fuoco.
Con l’apertura del processo, prevista il 2 ottobre davanti alla Corte d’Assise di Foggia, sarà il dibattimento a verificare la tenuta dell’impianto accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia e le responsabilità dei quattro imputati, che, allo stato, sono da considerarsi presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.













