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Home - Assalto sull’A1, l’ordinanza svela i retroscena: base pagata 250mila euro e strategia “militare” con metodo mafioso

Assalto sull’A1, l’ordinanza svela i retroscena: base pagata 250mila euro e strategia “militare” con metodo mafioso

Dalle carte emergono ruoli, sopralluoghi e preparativi: il terreno messo a disposizione dal taglialegna di Modena, armi da guerra e auto rubate per bloccare l’autostrada. Un piano dettagliato fermato pochi minuti prima dell’azione

Di Francesco Pesante
22 Marzo 2026
in Cerignola e 5 Reali Siti, Foggia, Inchieste
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Un piano meticoloso, strutturato con modalità paramilitari e sostenuto da una logistica imponente. È quanto emerge dalle carte dell’ordinanza del gip di Modena Andrea Scarpa sull’operazione che ha portato all’arresto di 14 persone, tra foggiani, cerignolani, albanesi e un campano residente nel modenese, pronti ad assaltare un portavalori lungo l’A1.

La base operativa e i 250mila euro per il terreno

Cuore dell’organizzazione era un fondo agricolo a Vignola, in via Trinità, messo a disposizione da Carmine Di Benedetto, taglialegna residente nel Modenese. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo avrebbe accettato di concedere l’area in cambio di 250mila euro, somma pattuita pochi giorni prima del blitz.

Proprio Di Benedetto, interrogato, ha ammesso di aver avuto contatti con due soggetti albanesi, tra cui Alban Zeneli, che gli avrebbero chiesto di utilizzare il terreno come base logistica per camion e veicoli. Nelle sue dichiarazioni ha raccontato di aver anche acquistato materiale per il gruppo e di aver prenotato per loro un alloggio in un agriturismo della zona.

“Ho saputo ieri pomeriggio che dovevano assaltare un portavalori”, ha riferito, sostenendo però di non conoscere i dettagli operativi.

I sopralluoghi e i ruoli nella banda

Le carte delineano una scansione precisa delle attività preparatorie. Il 10 marzo Antonio Sciusco ed Emiliano Smakai effettuano sopralluoghi tra Bologna e Paderno Dugnano per studiare i movimenti dei furgoni portavalori.

Il 14 marzo, insieme ad Antonio Casamassima e Giuseppe Bruno, controllano direttamente il tratto autostradale dell’A1 dove sarebbe dovuto avvenire l’assalto.

Il 17 marzo lo stesso gruppo, insieme a Paolo Schiavulli, si reca nel fondo di Vignola e ruba due auto – Alfa Romeo Giulietta – da utilizzare per bloccare il traffico durante il colpo.

Il giorno successivo arriva anche Matteo Cannone con un autoarticolato: dal mezzo vengono scaricati taniche di benzina, una mototroncatrice per tagliare il blindato e un borsone contenente almeno quattro kalashnikov.

Armi da guerra, esplosivi e dispositivi per le comunicazioni

Il materiale sequestrato conferma la pericolosità dell’azione. Nel casolare e nelle aree circostanti vengono trovati sei kalashnikov, ordigni esplosivi artigianali con doppio innesco, polvere pirica e numerosi caricatori.

Recuperati anche quattro secchi di chiodi a punta per bloccare il traffico, un jammer per inibire le comunicazioni e undici telefoni “citofoni” intestati a stranieri inesistenti per evitare intercettazioni.

Gli investigatori sottolineano la presenza di giubbotti antiproiettile, passamontagna e guanti: segno che il gruppo era pronto a uno scontro armato anche con le forze dell’ordine.

Le auto rubate e le targhe clonate

La banda aveva predisposto una vera e propria flotta di veicoli rubati o con targhe clonate. Tra questi un tir, tre Maserati e diverse Alfa Romeo Giulietta, alcune rubate proprio il giorno dell’operazione tra Modena e Rimini.

Le auto sarebbero servite sia per bloccare l’autostrada sia per garantire la fuga dopo l’assalto.

Metodo mafioso e strategia paramilitare

Un passaggio centrale dell’ordinanza riguarda la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso. Secondo il gip, il piano prevedeva “modalità brutali di realizzazione”, con uso di armi da guerra ed esplosivi e la concreta possibilità di aprire il fuoco contro guardie giurate e forze dell’ordine.

Recuperati 6 Kalashnikov, chiodi a tre punte, polvere pirica, taniche di benzina e 11 telefonini Nokia detti “citofoni”, utilizzati per comunicazioni “sicure”.

Un’impostazione che richiama, scrive il giudice, le modalità operative della criminalità organizzata foggiana.

I nomi degli arrestati

Tra i principali indagati figurano i foggiani Andrea Baratto e i fratelli Luigi e Antonio Perdonò, i cerignolani Rocco Prudente, Paolo Schiavulli, Giuseppe Bruno, Matteo Cannone, Antonio Sciusco, Antonio Casamassima, l’albanese residente a Cerignola Emiliano Smakai, il sanseverese Carmine Delli Calici, il campano Carmine Di Benedetto residente nel Modenese e gli altri due albanesi Alban Zeneli e Jurgen Xhixha.

Luigi Perdonò, soprannominato “Gigino spezzacatene”, è sopravvissuto anche a un agguato durante la guerra di mafia foggiana tra il 2002 e il 2006, rimanendo ferito nell’attacco armato del 2003 in cui fu ucciso Francesco De Luca, vicino al clan Trisciuoglio-Tolonese-Prencipe, parente del boss Salvatore Prencipe, quest’ultimo ammazzato nel 2023 al quartiere Cep di Foggia..

Tra i nomi di peso anche quello del sanseverese Carmine Delli Calici, ritenuto vicino agli ambienti della “Società Foggiana” e già condannato in procedimenti per mafia, estorsioni e armi. Era tornato libero solo lo scorso gennaio dopo una lunga detenzione iniziata nel 2017. Delli Calici è vicino allo storico boss di San Severo, Giuseppe La Piccirella detto “il professore” o “il ragioniere”, alleato di Rocco Moretti, capoclan di Foggia.

Il blitz pochi minuti prima del colpo

L’intervento della polizia, avvenuto alle 17 del 18 marzo, ha interrotto il piano pochi minuti prima dell’orario previsto per il passaggio del portavalori lungo l’A1.

Un’operazione che, alla luce delle carte, ha evitato un assalto ad altissimo rischio, con potenziali conseguenze gravissime per automobilisti, vigilanti e forze dell’ordine.

Le indagini proseguono per chiarire eventuali collegamenti con altri colpi simili messi a segno negli ultimi anni lungo le autostrade italiane.

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Tags: A1assalto portavaloribandaCerignolacronacaFoggiaMafia foggianaModenapoliziavignola
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