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Home - Giro di soldi “anomalo” tra San Giovanni di Dio e Tre Fiammelle. Le carte dell’interdittiva alla coop sanitaria

Giro di soldi “anomalo” tra San Giovanni di Dio e Tre Fiammelle. Le carte dell’interdittiva alla coop sanitaria

"Finanziamenti infruttiferi" e girandola di variazioni societarie, la costellazione di imprese di Michele D'Alba nel documento prefettizio. I punti di contatto con la "Società foggiana"

Di Francesco Pesante
27 Dicembre 2024
in Foggia, Inchieste
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Un fitto passaggio di cariche e ruoli e un anomalo giro di soldi. Anche questo racconta l’interdittiva antimafia di 22 pagine alla “San Giovanni di Dio”, Società Cooperativa Sociale Sanitaria e di Servizi Integrati per Azioni che gestisce cliniche nel Foggiano e in altre province.

Riflettori della Prefettura di Foggia sull’imprenditore Michele D’Alba, già raggiunto dalle interdittive a “Tre Fiammelle” e “Lavit”: “La genesi e la compagine organizzativa della società San Giovanni di Dio Società Cooperativa Sociale Sanitaria e di Servizi Integrati per Azioni – si legge – documentano come la stessa costituisca una impresa di famiglia, della famiglia D’Alba, il cui capostipite imprenditoriale è Michele D’Alba, nato a Manfredonia il 21.5.1959, e fa parte di un gruppo di imprese, riconducibili proprio a Michele D’Alba, in cui figurano anche la ‘Soc. Coop. di produzione e lavoro Tre Fiammelle’ e l’impresa ‘Lav.I.T. s.p.a.’, entrambe destinatarie di informazioni antimafia interdittive”.

Nel documento prefettizio è ricostruito l’organigramma che vede presidente del cda Roberto Marino e amministratore delegato Michele De Nittis, padre di Raffaele De Nittis, quest’ultimo genero di D’Alba. Lo stesso Raffaele De Nittis ha rivestito la carica di presidente fino al 2021. Anche Antonietta Brunetti, consorte di D’Alba, ha avuto un ruolo, è stata infatti vicepresidente del cda. Michela D’Alba, figlia di Michele, è stata consigliera e presidente. La presidenza è stata assunta in passato anche da Franca Pia Rita D’Alba, sorella di Michele.

La società, scrive sempre il prefetto, “presenta plurime variazioni societarie, con avvicendamenti di familiari dell’imprenditore Michele D’Alba e soggetti fidelizzati allo stesso, in quanto sistematicamente presenti nelle imprese del gruppo imprenditoriale della famiglia D’Alba”.

Stando al documento prefettizio, ci sarebbe una politica imprenditoriale “univoca” delle imprese che fanno capo a D’Alba, un solo filo conduttore tra Tre Fiammelle, Lavit e San Giovanni di Dio. Tutte, infatti, sono state socie della “Universo Salute srl” del gruppo Telesforo-Vigilante. Eppure la “San Giovanni di Dio” ha sempre sostenuto di non essere parte di un gruppo imprenditoriale.

La compattezza del gruppo è invece acclarata nella compagine societaria dell’impresa “Fisiofitness-società a responsabilità limitata” con sede a San Giovanni Rotondo in cui sono presenti tutte le imprese della costellazione D’Alba.

Anche la società “Il Gabbiano” riflette una compagine formata da soggetti legati a Michele D’Alba: Roberto Marino stesso ha rivestito l’incarico di presidente del cda.

Giro di soldi “anomalo”

Occhi puntati sui bilanci. “Dall’analisi del bilancio degli anni 2021/2022 della società Tre Fiammelle, si rileva che la società interdetta ha erogato alle altre due imprese del gruppo – San Giovanni di Dio e Lav.I.T – somme che contabilmente vengono qualificate come ‘finanziamenti infruttiferi’: risulta un’operazione contabile anomala, effettuata il 10 agosto 2021, consistente nella restituzione di un prestito finanziario infruttifero per l’importo di 556.000 euro da parte della ‘San Giovanni di Dio’ alla ‘Tre Fiammelle’. In termini finanziari, i ‘prestiti infruttiferi’ erogati dalla ‘Tre Fiammelle’ alla ‘Lav.i.t.’ e alla ‘San Giovanni di Dio’ sono ritenuti operazioni contabili anomale per imprese che non operano nel settore del credito: si tratta, infatti, di erogazioni disposte ‘gratuitamente’ ed in assenza di qualsivoglia garanzia, contrastanti con lo scopo di lucro che caratterizza, per definizione, l’attività imprenditoriale e con l’oggetto sociale delle imprese del gruppo D’Alba, le quali operano nel settore della sanità e servizi integrati, delle pulizie e gestione di lavanderie industriali. Tali operazioni documentano cointeressenze imprenditoriali inscindibili e un’unica regia imprenditoriale, con interscambio di risorse tra le imprese della costellazione imprenditoriale che fa capo a Michele D’Alba”.

Michele D’Alba

L’ombra dei clan foggiani

I motivi delle interdittive alle imprese di D’Alba sono ormai noti. L’imprenditore figura nella lista di estorsioni del clan Moretti-Pellegrino-Lanza con la dicitura “4mila ogni tre mesi” ed è inoltre documentata una certa “timidezza” nel denunciare il racket. Il “campione di estorsioni” Francesco Tizzano diceva: “Sto chiudendo con Michele D’Alba, non lo so se sono venti, trenta, non lo so quello che mi porta”.

La Prefettura di Foggia ha ricordato che “i ‘rapporti di affari’ tra Michele D’Alba e gli esponenti della mafia foggiana non solo sono reali ma addirittura raggiungono la soglia della punibilità penale: il carattere strutturato del rapporto che unisce Michele D’Alba ad esponenti di assoluto rilievo della mafia foggiana è suggellato dalle valutazioni della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, che ha formulato nei confronti dell’imprenditore l’avviso di conclusione delle indagini preliminari in ordine al ‘delitto di favoreggiamento aggravato e continuato’ omettendo più volte di denunciare di essere sottoposto ad estorsione”. D’Alba è stato rinviato a giudizio.

Il pentito

A complicare la posizione di D’Alba ci ha pensato di recente il collaboratore di giustizia Giuseppe Francavilla detto “Pino il Capellone”: “D’Alba paga sempre – ha rivelato -. L’ho saputo da quelli che andavano a fare il giro per i Moretti… che dovevano riscuotere i soldi per i tre mesi e c’era anche D’Alba”.

Sempre il prefetto scrive di D’Alba come di “una sorta di ‘mentore’ di alcuni soggetti appartenenti alla Società foggiana”. Francavilla ha affermato di averlo conosciuto nel 2013: “…Gli parlai non di estorsione, io sapevo che lui pagava… io chiesi un incontro perché non volevo fargli un’altra estorsione, volevo iniziare un’attività di… a Foggia non c’erano all’epoca i lavaggi – nei b&b, negli alberghi, nei ristoranti – delle tovaglie… non so una cosa del genere… volevo che lui ci desse una mano a fare questa… lavanderia… Lo incontrai in un locale… che avevano i Moretti, me lo portò Ivan D’Amato (morettiano, ndr).  Lui disse: ‘Va bene, questa è un’ottima… però ci vuole un po’ di tempo per affrontare questa situazione’. Ed io dissi: ‘Prenditi tutto il tempo che vuoi’. Poi dopo un po’ ci arrestarono per il bar… e quindi niente più è andato in porto. Sono uscito e l’ha fatto lui… ha aperto lui una…’. Effettivamente l’impresa LAV.I.T., interdetta, che fa parte del gruppo D’Alba, esercita l’attività di lavanderia industriale”.

Il “patto di non parlare”

Infine, c’è l’intercettazione nella sala d’attesa della Questura di Foggia, presenti D’Alba, il figlio Lorenzo e il genero De Nittis. “Dal dialogo di famiglia, intercettato – è riportato nell’interdittiva -, emerge un vero e proprio ‘patto di non parlare’ stretto tra l’imprenditore D’Alba con il figlio e il genero, che, nel concreto, ha guadagnato l’impunità agli autori dell’estorsione subita: questi ultimi, come risulta dalle intercettazioni, sono soggetti di spicco della mafia foggiana, ‘quei due’, a cui fanno riferimento le intercettazioni ovvero Francesco Tizzano ed Ernesto Gatta“.

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Tags: San Giovanni di Dio
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