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Home - Mafia Gargano, la versione di Raduano: “Ero alleato con Lombardi e Scirpoli. Da Miucci andavo una volta a settimana”

Mafia Gargano, la versione di Raduano: “Ero alleato con Lombardi e Scirpoli. Da Miucci andavo una volta a settimana”

Prime parole del pentito viestano, per anni tra i capi della criminalità organizzata del promontorio. "Ho commesso direttamente 5 o 6 omicidi ma sono coinvolto in più di dieci"

Di Francesco Pesante
26 Marzo 2024
in Inchieste
Marco Raduano

Marco Raduano

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“Mi pento per dare un futuro a mio figlio, per cambiare vita ed anche perché sono stato vittima di diversi tentativi di omicidio. Vorrei condurre una vita da normale cittadino, sono pentito e dispiaciuto per quello che ho fatto. Ho commesso direttamente 5 o 6 omicidi ma sono coinvolto in più di dieci omicidi. Sono tutti omicidi di mafia. La maggior parte sono susseguenti al mio tentato omicidio”. Sono le parole di Marco Raduano detto “Pallone”, 40enne ex boss di Vieste, sentito dalla Dda di Bari dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia.

Il suo pentimento potrebbe sconquassare la mafia garganica di cui Raduano faceva parte in posizione apicale, capo della frangia viestana del clan Lombardi-Scirpoli-Raduano, anche se inizialmente era vicino ai rivali di questi ultimi, i montanari Li Bergolis-Miucci. È lui stesso a confermarlo parlando dei nuovi assetti e delle alleanze tra promontorio e Foggia: “Sì, ero il capo dell’articolazione viestana da me comandata contrapposta a Vieste al gruppo Perna-lannoli. Il mio gruppo aveva alleanze con il clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, ex Romito – nome dell’organizzazione che conferma quanto riportato da tempo da l’Immediato -, a loro volta alleati con il clan Moretti (“Società Foggiana”, ndr). Invece il gruppo Perna-lannoli era alleato con il clan Li Bergolis-Miucci, a loro volta alleati con i Sinesi-Francavilla (altra nota batteria criminale di Foggia, ndr)”. Dunque, anche per Raduano, i boss nell’area Manfredonia-Mattinata-Vieste sono Matteo Lombardi, Francesco Scirpoli e Pietro La Torre, tutti imputati in “Omnia Nostra”, processo nel quale “Pallone” è già stato condannato in primo grado all’ergastolo con rito abbreviato, ritenuto colpevole degli omicidi di Giuseppe Silvestri (esecutore materiale), Omar Trotta (mandante) e del tentato omicidio di Giovanni Caterino (era nel commando armato).

L’ex capoclan viestano stava scontando circa 20 anni di galera per mafia e droga quando evase dal carcere di Nuoro a febbraio 2023. La sua latitanza è finita quasi un anno dopo in Corsica, beccato mentre si apprestava a cenare con una donna.

Da sinistra, La Torre, Scirpoli, Lombardi e Raduano

La rivalità con il clan Perna-Iannoli e quella proposta di pace

Oggi è un collaboratore di giustizia e le sue dichiarazioni sono pronte a sbarcare in alcuni dei processi sui gravi fatti di mafia avvenuti nel Foggiano negli ultimi anni. Come ad esempio l’agguato ai suoi “soldati” Antonio Fabbiano (morto) e Michele Notarangelo (vivo per miracolo). “Esecutori – ha rivelato il pentito – Iannoli Giovanni (a processo per questa vicenda, ndr) e Pecorelli Gianmarco (ucciso nella guerra di mafia a Vieste, ndr). Omicidio scaturito a seguito del mio tentato omicidio. Fabbiano apparteneva al mio gruppo; era una persona di mia fiducia. Ho avuto informazioni dirette sia da lannoli Giovanni che da Notarangelo Michele. Io ho incontrato il giorno dopo l’accaduto Michele Notarangelo il quale mi confidò che aveva riconosciuto gli autori senza ombra di dubbio. All’incontro erano presenti anche Della Malva Danilo e Coda Orazio (entrambi pentiti ,ndr). Mi disse che aveva riconosciuto anche il tono della voce di Gianni lannoli il quale, nel rincorrerlo, gli aveva gridato contro
‘infamone vieni qua’. Lui conosceva molto bene soprattutto Pecorelli con il quale era amico di vecchia data. In quel periodo avevo incaricato Notarangelo e Fabbiano di cercare, per ucciderli, lannoli Claudio, lannoli Giovanni e Pecorelli Gianmarco. Seppure ci abbiano provato per diverso tempo, non ci sono riusciti anche perché poi ho scoperto che loro avevano due abitazioni una a Rodi Garganico ed una a Carpino; le utilizzavano per dormirci. Poi venivano a Vieste, colpivano e tornavano”.

Raduano ha raccontato di aver tentato la via della pace con i rivali viestani del gruppo Perna-Iannoli. Per farlo scrisse una lettera con macchina da scrivere, per non lasciare tracce, a Giovanni Iannoli: “Nella lettera gli proponevo una pace in quanto loro avevano ucciso Fabbiano ed io avevo ucciso Pecorelli. L’unica condizione che avevo posto era che mi avrebbero dovuto consegnare Perna per ucciderlo, perché ritenevo che fosse coinvolto nell’omicidio di mio cognato (Gianpiero Vescera, ndr). Dopo qualche settimana dalla consegna della lettera lui fu scarcerato. Lo individuai fuori da una pasticceria mentre era in compagnia di Prencipe Raffaele. Lo avvicinai e gli chiesi di parlare. Inizialmente non acconsentì, ma poi riuscii a convincerlo. Parlammo del mio tentato omicidio per il quale mi diede conferma di aver commesso con Iannoli Claudio e Gianmarco Pecorelli e dell’omicidio di Fabbiano. Gli chiesi di uccidere Perna. Lui mi disse che lo avrebbe fatto ma che avrebbe avuto bisogno di tempo. Io gli dissi che non potevamo perdere ulteriormente tempo e che se lo avesse fatto avrei garantito per lui. Mi chiese di non compiere ritorsioni contro Claudio lannoli, ma che comunque in quel momento non lo avrebbe potuto fare perché Perna era ai domiciliari e avrebbe dovuto ucciderlo davanti alla moglie ed ai figli”.

E ancora: “Quando parlammo dell’omicidio di Fabbiano mi disse di essere consapevole del fatto che Fabbiano e Notarangelo si appostavano sulla strada per ucciderlo e che lo aveva ucciso per risposta. Sempre in quella occasione parlammo del mio tentato omicidio. Mi disse che erano coinvolti, oltre a lui, anche Claudio lannoli e Gianmarco Pecorelli. Per l’omicidio Fabbiano noi, nel gruppo, sospettavamo anche di un ragazzo detto il nero; pensavamo che avesse fatto la chiamata ai killer”.

In foto, Iannoli e Della Malva; sullo sfondo, un’immagine tratta dal video dei carabinieri sull’omicidio Solitro

L’uccisione di “Marinuccio” e le visite settimanali al capo dei montanari

Le dichiarazioni di Raduano sono già approdate nel processo sull’omicidio di Marino Solitro detto “Marinuccio”, ucciso a Vieste il 29 aprile 2015, forse per questioni di droga. Imputati Giovanni Iannoli e Danilo Della Malva. A riguardo ecco cosa ha rivelato l’ex boss: “Io e Vescera Vincenzo avevamo già attentato alla sua vita nel 2008, quando facevo ancora parte del clan Notarangelo. Lui non si approvvigionava di droga da Vieste e Angelo Notarangelo ci chiese di compiere una ritorsione nei suoi confronti. In seguito non si è più sentito. Dopo l’omicidio di Notarangelo Angelo ed il tentato omicidio di Finaldi Emanuele, Trotta Omar – omissis – erano i miei referenti per la droga su Vieste. Mi chiesero l’assenso ad uccidere Solitro. Mi spiegarono che Solitro aveva denunciato Trotta Omar e lo aveva fatto arrestare. Io ho temporeggiato. Quando poi me lo richiesero mi dissero che avrebbero dovuto farlo Iannoli Gianni e Della Malva Danilo. Quando Trotta fu arrestato per la denuncia di Solitro fu detenuto con Della Malva. Ne dedussi che lo avessero già stabilito. Io poi ne parlai anche con Della Malva al quale sconsigliai di farlo. Lui mi disse che avrebbe voluto ucciderlo sia per fare un favore a Trotta – omissis – sia per questioni di carattere familiare. Infatti, Solitro aveva precedentemente accoltellato un suo zio”.

Enzo Miucci

“Dall’omicidio di Solitro, Della Malva avrebbe tratto un vantaggio. Io, alla fine, non mi sono opposto ma gli consigliai di evitare. Gli consigliai solo di picchiarlo. L’ho detto sia a – omissis – e Trotta, sia a Della Malva e lannoli. In quel periodo ero vicino ai Li Bergolis. Dopo, ne parlai con lannoli Gianni che mi confermò di essere stato lui l’autore, spiegandomi tutta la dinamica. Mi raccontò che dopo l’omicidio si era nascosto in una casa per tre giorni. Mi confidò che Trotta – omissis – li avevano dato diecimila euro per uccidere Solitro. Aggiunse di averlo fatto anche per favorire Della Malva Danilo. Iannoli mi disse che gli aveva sparato alla schiena e che, dopo essere scappati, avevano buttato il fucile in un canale. Avevano commesso l’omicidio con uno scooter rubato. Dopo l’azione si rifugiarono in una proprietà di un certo N., dove Della Malva aveva un cavallo. Vi saprei indicare il posto dove si sono disfatti del fucile, perché fu Della Malva a dirmi dove lo avevano buttato. Della Malva mi disse che Solitro aveva delle telecamere e, per questo, erano preoccupati. Quel giorno Perna Girolamo si occupò di bruciare delle autovetture, ma credo che fu un fatto del tutto casuale. Fu una nostra iniziativa. Bruciammo l’auto di Notarangelo Luigi e di una persona che aveva una pescheria, per intimidirlo. Ne ho parlato anche con Miucci (Renzo Miucci detto “U’ Criatur”, boss dei montanari, ndr) a casa del quale mi recavo ogni settimana. Di questo omicidio gli dissi a cose fatte, senza metterlo al corrente preventivamente. Gli spiegai tutta la situazione. Mi disse che avevo sbagliato perché non gli avrei dovuto far commettere quell’omicidio; mi disse anche che avrei dovuto essere io a farlo senza, per questo, dire loro che lo avevo compiuto. Ciò, anche perché, secondo lui, avrei dovuto stare attento io stesso a loro. In effetti, poi, a spararmi è stato, tra gli altri, lannoli Gianni”.

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Tags: Raduano
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