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Home - Mafia, i foggiani collegati alla strage di San Marco in Lamis. Alleanze e rivalità con i “Maschi della Montagna”

Mafia, i foggiani collegati alla strage di San Marco in Lamis. Alleanze e rivalità con i “Maschi della Montagna”

Di Francesco Pesante
21 Ottobre 2019
in Cronaca
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Ormai nel vivo il processo sulla strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. In Corte d’Assise a Foggia, è comparso un ispettore della squadra mobile. Al vaglio, alcune intercettazioni che collegherebbero le organizzazioni criminali del capoluogo dauno al quadruplice omicidio di due anni fa. Questioni già anticipate mesi addietro da l’Immediato.

Alle spalle del poliziotto, il 39enne di Manfredonia Giovanni Caterino, polo gialla, chiuso nella cella del tribunale foggiano. L’uomo, unico imputato del procedimento, è apparso piuttosto nervoso questa mattina e scuoteva il capo quando si sentiva accostato al clan Li Bergolis-Miucci. Stando all’accusa, Caterino, in qualità di basista, avrebbe favorito i montanari allo scopo di eliminare l’acerrimo nemico Mario Luciano Romito, principale obiettivo della mattanza di agosto 2017.

L’ispettore, sentito dalla pm della DDA Luciana Silvestris e dal legale di Caterino, l’avvocato Giulio Treggiari, ha ricordato un’intercettazione ambientale captata all’interno dell’abitazione del foggiano Francesco Abbruzzese, detto “Stoppino”, uomo di fiducia della batteria della “Società Foggiana”, Moretti-Pellegrino-Lanza.

La polizia aveva posizionato alcune telecamere nei pressi dell’abitazione di Abbruzzese che, nonostante i domiciliari, ospitava in casa alcuni personaggi di notevole spessore criminale. Tra questi Massimo Perdonò, elemento di vertice del clan foggiano e nipote acquisito del Mammasantissima Rocco Moretti.

Secondo l’accusa, Perdonò e altri due presunti complici, ancora ignoti, si appostarono sotto casa di Caterino a Manfredonia per ammazzarlo e vendicare la morte di Mario Luciano Romito. I Moretti, infatti, erano strettamente legati al gruppo del boss manfredoniano ucciso.

L’agguato a Caterinò si consumò il 18 febbraio 2018 ma fallì “perché la vittima designata – scrisse il gip nell’ordinanza di arresto di Perdonò – vide i sicari incappucciati e armati e riuscì a scappare con l’auto, nonostante il tentativo dei killer di speronarlo con la propria macchina che rimase incidentata, tanto da costringerli a rapinare l’utilitaria di un passante per fuggire”.

L’intercettazione chiave dell’inchiesta a carico di Perdonò risale alla mattina del 24 febbraio 2018 – sei giorni dopo l’agguato fallito a Caterino – tra lo stesso Perdonò e “Stoppino”.

Abbruzzese, come detto, era ai domiciliari; la microspia fu piazzata dalla squadra mobile nella sua abitazione nell’ambito di un’altra indagine sulla mafia del capoluogo. A dire dell’accusa, Perdonò, confidandosi con l’amico, confessò il proprio coinvolgimento nel tentativo di omicidio ai danni di Caterino e nella successiva rapina ai danni di un automobilista per poter fuggire dal luogo dell’agguato fallito.

Durante la conversazione, Perdonò e Abbruzzese parlarono dei “Maschi della Montagna”, indicando in questo modo i mafiosi garganici. I due avevano saputo che c’era l’intenzione da parte dei gruppi del promontorio di attentare alla vita di un Moretti. Un sanguinoso botta e risposta; da un lato i Li Bergolis-Miucci, storici alleati dei foggiani Sinesi-Francavilla, dall’altro i Romito (ormai soppiantati dai Lombardi-Ricucci-La Torre), vicini ai Moretti. Sono noti i piaceri tra clan, come quando i Sinesi favorirono la latitanza di Franco Li Bergolis, il super boss condannato all’ergastolo per “Iscaro-Saburo”, storica operazione citata anche stamattina durante l’interrogatorio all’ispettore di polizia.

“A me mi dovevano fare buchi buchi, mi dovevano cancellare i connotati, però non ce l’hanno fatta”, diceva Caterino in una conversazione intercettata dai carabinieri. “Tutti quanti sanno che io non posso stare a Manfredonia, che io c’entro in qualche cosa, che a me mi devono uccidere. Il giorno che è morto Saverino mi sono detto ‘mo’ sono morto io’ perché loro tenevano due persone che dovevano uccidere, quelli tengono anche ad altri, però la priorità era a me e a Saverio Faccia d’angelo”. Saverino sarebbe Saverio Tucci, uomo del clan Li Bergolis-Miucci ucciso il 10 ottobre 2017 da Carlo Magno, reo confesso e oggi collaboratore di giustizia. Magno raccontò che Tucci gli avrebbe confidato di aver preso parte alla strage di San Marco. (In alto, la Corte d’Assise di Foggia; nei riquadri, da sinistra, Perdonò e Abbruzzese)

Tags: FoggiagarganomafiaSan Marco
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