“Sta rompendo i coglioni“. È una delle frasi intercettate dagli investigatori nell’ambito dell’inchiesta “Babele”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha fatto emergere un presunto sistema finalizzato a favorire l’immigrazione clandestina attraverso un utilizzo illecito del cosiddetto decreto flussi. A riportare i contenuti delle intercettazioni e dell’ordinanza cautelare è La Gazzetta del Mezzogiorno.
Le parole sono attribuite all’avvocato Michele Cervellera, 63 anni di Taranto, considerato dagli inquirenti uno dei promotori dell’associazione per delinquere e destinatario della misura della custodia cautelare in carcere.
Le intercettazioni sui controlli richiesti dal Governo
Secondo quanto riferisce La Gazzetta del Mezzogiorno, il 6 giugno 2024 Cervellera, parlando con l’imprenditore Francesco Massafra, titolare del ristorante “Don Crudo” nel centro di Taranto, commentava un intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che aveva chiesto un rafforzamento dei controlli sulle pratiche relative ai flussi di ingresso dei lavoratori stranieri.
Nella conversazione intercettata, Cervellera spiegava che la premier aveva evidenziato come le domande di assunzione risultassero superiori ai reali posti di lavoro disponibili, con particolare attenzione rivolta a Campania e Puglia, concludendo il proprio commento con un’espressione offensiva nei confronti della presidente del Consiglio.
Il presunto sistema: fino a 6.500 euro per un nulla osta
L’indagine, condotta dai militari del Nucleo investigativo dei carabinieri di Taranto e coordinata dai pubblici ministeri Milto De Nozza e Francesca Colaci, avrebbe ricostruito un articolato meccanismo illecito.
Secondo l’accusa, ogni aspirante lavoratore extracomunitario avrebbe dovuto versare fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta all’ingresso in Italia. Nelle intercettazioni lo stesso Cervellera avrebbe illustrato anche la presunta ripartizione delle somme: 5.000 euro all’imprenditore coinvolto, 1.000 euro all’intermediario incaricato di procacciare i lavoratori e 500 euro destinati a lui stesso.
Trenta misure cautelari in nove province
L’operazione ha portato all’esecuzione di 30 misure cautelari nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina.
Tra gli arrestati figura anche Antonio Damiano Milella, ritenuto dagli investigatori uno dei promotori del sodalizio. Secondo l’ipotesi accusatoria, attraverso un Caf e un’agenzia di disbrigo pratiche per stranieri avrebbe curato l’inserimento delle richieste di nulla osta sul portale ministeriale per conto di datori di lavoro ritenuti compiacenti.
In carcere sono finite complessivamente sedici persone, mentre altre quattordici sono state sottoposte agli arresti domiciliari. Tra gli indagati figurano anche imprenditori e intermediari di nazionalità pakistana, bengalese e indiana, accusati di individuare cittadini interessati a entrare illegalmente in Italia e di gestire i pagamenti necessari per ottenere i documenti.
Lo sfruttamento dei lavoratori
Nelle oltre 500 pagine dell’ordinanza cautelare, il gip Francesca Mariano richiama le valutazioni dei pubblici ministeri, che descrivono il sistema come “uno squallido sfruttamento di persone disperate”, costrette a sostenere ingenti esborsi economici pur di ottenere o mantenere il permesso di soggiorno.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i lavoratori venivano formalmente destinati a impieghi nella ristorazione, nel turismo, nell’edilizia o nel commercio, ma una volta arrivati in Italia sarebbero stati impiegati in nero soprattutto nel settore agricolo, arrivando persino a dover corrispondere ulteriori somme ai titolari delle aziende presso cui lavoravano.
Il giudice parla di un vero e proprio “capovolgimento”, nel quale “il dipendente pagava il titolare dell’impresa”, evidenziando il carattere vessatorio del presunto sistema. Come previsto dalla legge, tutti gli indagati sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.








