“Ora che esce Armando… ora che esce Francesco… il bordello… si devono uccidere…”. È una delle intercettazioni più inquietanti contenute nell’ordinanza che nel 2018 portò all’arresto di Giovanni Caterino, ritenuto basista della strage di San Marco in Lamis. Una frase che oggi torna drammaticamente attuale dopo la scarcerazione di Armando Li Bergolis, 51 anni, considerato dagli investigatori il capo più carismatico e autorevole del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci.
Il suo ritorno in libertà, dopo oltre vent’anni di carcere e una lunga permanenza al 41 bis, rappresenta uno degli eventi più pesanti e simbolici nella storia recente della mafia garganica. Non soltanto per il cognome che porta, ma per il ruolo che gli è stato attribuito per decenni nelle carte antimafia del Gargano.
La frase sul “bordello” e il timore di nuove guerre
L’intercettazione compare nelle pagine dell’ordinanza cautelare sull’agguato del 9 agosto 2017, la strage in cui vennero assassinati il boss rivale Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i fratelli-contadini Aurelio e Luigi Luciani.
Nelle conversazioni registrate tra Caterino e un amico, gli investigatori annotano riferimenti espliciti all’eventuale uscita dal carcere dei fratelli Li Bergolis e agli equilibri criminali di Manfredonia. “Ora che esce Armando… ora che esce Francesco… il bordello….si devono uccidere…”, si legge nel passaggio riportato dagli atti, con riferimenti diretti ad Armando e al fratello minore Franco.
Per gli inquirenti, quelle parole fotografavano il timore di nuovi assetti criminali e possibili nuove escalation di violenza nel Gargano, in una fase già segnata dalla sanguinosa guerra tra il gruppo Li Bergolis-Miucci e gli ex Romito, oggi area Lombardi-Scirpoli-La Torre.
Il capo più carismatico dei montanari
Armando Li Bergolis non è mai stato considerato una figura marginale. Anzi. Nelle ricostruzioni investigative è sempre apparso come il fratello dotato del maggiore spessore criminale, il leader naturale della famiglia mafiosa di Monte Sant’Angelo.
Con lui compaiono da anni i fratelli Matteo Li Bergolis, oggi 53enne e prossimo alla scarcerazione dopo una condanna a circa 27 anni, e Franco Li Bergolis, 48 anni, detenuto all’ergastolo. Tutti e tre finirono coinvolti nella maxi operazione “Iscaro-Saburo”, il blitz del 2004 che cambiò per sempre la storia giudiziaria del Gargano.
Fu proprio quel processo a riconoscere per la prima volta l’esistenza della mafia garganica come organizzazione mafiosa strutturata. Un passaggio storico per la magistratura antimafia, che fino ad allora aveva raccontato il Gargano soprattutto come terra di faide rurali e omicidi isolati.
Iscaro-Saburo e il peso dei Li Bergolis
L’inchiesta “Iscaro-Saburo” portò a 99 arresti e fotografò il potere del clan dei montanari, guidato dalla famiglia Li Bergolis. Secondo l’accusa, il gruppo aveva imposto il proprio controllo criminale attraverso omicidi, intimidazioni, traffici illeciti e un forte radicamento sul territorio.
Armando e Matteo Li Bergolis vennero condannati a circa 27 anni di carcere, mentre Franco fu condannato all’ergastolo. Il boss uscito nelle scorse ore ha goduto di uno sconto di 5 anni. I tre sono figli di Pasquale Li Bergolis, ucciso nella storica faida con il clan Primosa-Alfieri, e nipoti di Ciccillo Li Bergolis, storico patriarca del clan assassinato nel 2009.
Negli anni successivi all’arresto dei fratelli Li Bergolis, secondo gli investigatori, la reggenza operativa del clan sarebbe passata a Enzo Miucci, detto “u’ criatur”, oggi detenuto. Proprio sotto la sua guida il gruppo avrebbe affrontato la lunga e feroce guerra contro gli ex alleati Romito, sfociata in omicidi, agguati e vendette culminate anche nella strage di San Marco in Lamis, compiuta, secondo alcuni pentiti, ma ancora senza gli adeguati riscontri investigativi, dallo stesso Miucci insieme al fedelissimo Roberto Prencipe detto “Roberto della Montagna” e agli ormai defunti, poiché morti ammazzati, Girolamo Perna detto “Peppa Pig” e Saverio Tucci alias “Faccia d’angelo”.
Il sospetto del tradimento agli ex alleati
Tra gli episodi rimasti più impressi nella storia criminale garganica c’è anche il presunto tradimento maturato durante il summit di masseria Orti Frenti. Un momento ritenuto cruciale dagli investigatori nella rottura definitiva tra i Li Bergolis-Miucci e gli ex alleati.
Da quel momento il Gargano sarebbe precipitato in una nuova stagione di sangue, con un’escalation di omicidi e regolamenti di conti che ha segnato gli ultimi quindici anni della criminalità organizzata foggiana.
La strage del 9 agosto 2017 rappresentò il punto più feroce di quella guerra. Secondo la procura antimafia, Caterino avrebbe svolto il ruolo di basista per conto del gruppo Li Bergolis-Miucci, fornendo supporto logistico al commando che aprì il fuoco contro Romito e De Palma lungo la provinciale tra San Marco in Lamis e Apricena.
La lettera della madre a l’Immediato
Già nel 2019 il nome dei Li Bergolis era tornato al centro del dibattito pubblico dopo una lettera inviata a l’Immediato da Nunzia Delle Noci, madre dei tre fratelli detenuti.
Nella missiva la donna contestava alcuni articoli sulla mafia garganica e sul ruolo attribuito a Enzo Miucci, precisando che non esisteva alcuna parentela diretta tra quest’ultimo e i suoi figli. La testata aveva però chiarito di aver semplicemente riportato quanto contenuto negli atti giudiziari e nelle ricostruzioni investigative, che indicavano Miucci come reggente del clan durante la lunga detenzione dei fratelli Li Bergolis.
Oggi, con Armando tornato libero e Matteo vicino alla scarcerazione, quella frase intercettata otto anni fa assume un peso ancora più inquietante: “Quando escono ci sarà il bordello”.













