A quasi due anni dall’omicidio di Giacomo Mongiello, il 45enne foggiano ucciso a colpi di fucile in via Luigi Sbano, la famiglia torna a chiedere verità e giustizia, temendo che il caso possa finire nel dimenticatoio.
A scriverlo è un parente della vittima in una mail inviata alla redazione, un appello carico di amarezza e dolore che riaccende i riflettori su uno dei delitti più inquietanti avvenuti a Foggia negli ultimi anni.
“Buongiorno, vi scrivo per un omicidio avvenuto quasi due anni fa a un mio parente, Giacomo Mongiello”, si legge nel messaggio. “Mentre oggi si indaga a ritmo serrato su altri casi, ed è giusto così, quello di mio zio rischia di essere dimenticato. La mia famiglia non riceve più notizie da nessuno”.
L’agguato in via Luigi Sbano
L’omicidio avvenne nella tarda serata del 2 agosto 2024. Mongiello venne raggiunto da due colpi di fucile in via Luigi Sbano, a Foggia, e trasportato d’urgenza in ospedale in condizioni disperate. Non morì subito: il 45enne venne sottoposto a un delicato intervento chirurgico ma il suo cuore smise di battere nella notte del 4 agosto.
Secondo quanto ricostruito all’epoca dagli investigatori della squadra mobile, coordinati dalla Procura di Foggia, la vittima si trovava in compagnia di alcuni amici prima dell’agguato. Poco prima della sparatoria si sarebbe allontanata di pochi metri per acquistare alcune birre in via Ettore Valentini.
Da quella strada sarebbe improvvisamente sbucato il killer: un uomo incappucciato, in sella a una bicicletta e armato di fucile da caccia. Due i colpi esplosi, che raggiunsero Mongiello al braccio e in altre parti del corpo. Sul luogo dell’agguato venne poi ritrovata una cartuccia.
Le indagini e la possibile svolta
Nei mesi successivi gli investigatori hanno continuato a lavorare senza sosta sul caso. In una nota diffusa dalla Questura di Foggia, la polizia aveva parlato di una possibile svolta nelle indagini, spiegando che gli agenti avevano scandagliato il vissuto della vittima e analizzato minuziosamente tutti gli elementi raccolti.
Determinante sarebbe stata anche la segnalazione di alcuni cittadini, grazie alla quale gli investigatori sarebbero riusciti a individuare un oggetto ritenuto riconducibile all’autore dell’omicidio. Un elemento che, secondo gli inquirenti, potrebbe rivelarsi decisivo per arrivare all’identificazione del responsabile.
Prima di essere operato, inoltre, Mongiello sarebbe riuscito a parlare con gli investigatori confermando che il killer fosse incappucciato, senza però indicare nomi.
Gli accertamenti si sono concentrati anche sui filmati delle telecamere pubbliche e private presenti nella zona. Sul movente, gli investigatori hanno escluso collegamenti con la criminalità organizzata, orientandosi piuttosto verso questioni personali legate a soldi e debiti, anche se al momento nessuna ipotesi ha trovato conferme definitive.
L’appello della famiglia
Oggi, però, il dolore dei familiari si accompagna alla paura che il tempo possa spegnere l’attenzione sul caso. “È un omicidio avvenuto più o meno come quello di Dino Carta. Mentre oggi si indaga a ritmo serrato (ed è giusto così), il caso di mio zio rischia di finire nel dimenticatoio”.
“Purtroppo non siamo una famiglia che può permettersi avvocati”, scrive ancora il parente nella mail inviata alla redazione. “Ma siamo comunque una famiglia che pretende giustizia”.
Un appello che riporta al centro dell’attenzione una vicenda ancora senza colpevoli e una famiglia che continua ad attendere risposte.










