“Non è che sono io, mi stanno cercando i grandi di Foggia, stai leggendo le notizie, mi stanno pregando tutti, il genero di Pasquale, gente dei Trisciuoglio… a Cerignola quella che sta girando fa proprio schifo”. Non era una millanteria, secondo investigatori e magistrati, quella di Shaban Shima, 36 anni, albanese trapiantato a Foggia, intercettato mentre in un circolo del capoluogo parlava di affari di droga con Rocco Soldo, genero del boss Raffaele Tolonese detto “Rafanill”, capo del clan Trisciuoglio-Tolonese ed unico dei vertici della mafia locale attualmente in libertà. Un dialogo che, per l’accusa, fotografa il livello del traffico e i rapporti con ambienti criminali di primo piano. Converszioni captate presso il circolo “La Banda” di piazza Padre Pio a Foggia, un posto che per gli inquirenti sarebbe riconducibile proprio a Soldo e Tolonese.
Anche da quelle conversazioni prende forma l’indagine che ha portato al blitz dei carabinieri e all’arresto di 24 persone, oltre a una scoperta surreale: un lupo tenuto chiuso in gabbia in campagna, poi liberato e affidato a un centro per il recupero della fauna selvatica.
Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza cautelare, Shima riforniva di cocaina e hashish spacciatori vicini alla “Società Foggiana” e gruppi attivi anche a Parma e in altre città italiane. Sarebbe stato in grado di immettere sul mercato partite da 5 a 10 chili per volta, con un volume stimato di 40mila dosi al mese e profitti che arrivavano a 200mila euro.
L’inchiesta è scaturita da un’attività d’indagine della DDA di Bari nei confronti di Anna Tolonese (sorella di Raffaele) indagata per il reato di usura e tratta in arresto a settembre 2024. In poco tempo gli investigatori hanno acquisito gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati. Il fenomeno delittuoso ha interessato, in particolare, la città di Foggia e la relativa provincia, l’Emilia-Romagna, il Comune di Rieti e il basso Molise. Le attività criminose risultano poste in essere da cittadini di nazionalità italiana, albanese, georgiana e rumena, residenti nei comuni di Foggia, San Giovanni Rotondo, Portocannone, Ostuni, Rieti e Langhirano (PR).
Il blitz e le misure cautelari
La gip Marialuisa Bencivenga, accogliendo in gran parte le richieste del pm Alessio Marangelli, ha disposto il carcere per 19 persone e i domiciliari per altre 5. Complessivamente gli indagati sono 35. Il 7 gennaio il giudice sentirà altri 9 indagati nell’ambito degli interrogatori preventivi, al termine dei quali deciderà se adottare nuove misure.
Tra i destinatari della custodia in carcere figurano, tra gli altri, i foggiani Marzio Padalino, Paolo Padalino detto “zio”, Alessio Lioce detto “Pupo”; il cerignolano Savino Defazio; Vincenzo Gemma detto “Il vecchio” e Massimo Soccio di San Giovanni Rotondo; lo stesso Shaban Shima, già detenuto; diversi cittadini albanesi residenti tra Parma, Langhirano, Foggia e Rieti; cittadini romeni, una donna georgiana e una moldava. I domiciliari sono stati disposti per Mimmo Falco, paraplegico, rimasto sulla sedia a rotelle dopo un agguato nel 2015, ritenuto vicino al clan Sinesi-Francavilla, Massimo Muscatiello, Giuseppe Siena, Samuele Serafini e Net Kasa. Rigettata, invece, la richiesta di arresto per un foggiano e un brindisino.
Agli indagati raggiunti da misura vengono contestati, a vario titolo, 36 episodi di cessione di cocaina e hashish, in alcuni casi per quantitativi di 5 chili, avvenuti tra il 2024 e la primavera 2025 a Foggia, San Giovanni Rotondo, Ostuni e in numerose città del Centro-Nord.
Il ruolo del clan e il nome di Tolonese
Tra i 9 indagati a piede libero, per i quali sono stati notificati i decreti di fissazione degli interrogatori preventivi, previsti a gennaio, ci sono otto foggiani e un avellinese. Spicca il nome dello stesso Raffaele Tolonese, capo del clan omonimo, tornato di recente in libertà. Coinvolti anche il figlio Leonardo Tolonese, il genero Rocco Soldo e altri soggetti accusati di episodi di spaccio avvenuti in città nella primavera del 2024. In concomitanza con il blitz, i carabinieri hanno eseguito perquisizioni nei confronti di tutti i 35 indagati.
Riferimenti ai Moretti
In una conversazione tra Shima e un suo amico fraterno spuntano riferimenti anche al potente clan Moretti-Pellegrino-Lanza della mafia foggiana e agli alleati Gaeta di Orta Nova. “Tu devi lasciarmi un appuntamento con quelli, con la figlia di zio, Anna Rita Moretti, figlia di Rocco Moretti“.
A rispondergli è Shaban Shima: “Fratello, con quella posso vedermi quando voglio. Io con il genero del figlio di zio, Pasquale Nardella, genero di Pasquale Moretti, mi vedo sempre”. “No, con il figlio no, quello è un bambino. Tu devi portarmi il genero, quello che conosco io, quello che veniva con la figlia”, insiste l’amico.
“Lui non si mischia tanto con queste cose, il nipote sta dentro”, replica Shima. “Il nipote, figlio del figlio, sta dentro, Rocco Moretti junior. Lui non sa nulla di queste cose”. “Il genero sa, come non sa? Quello con cui ho parlato io quel giorno, quello che stava al ristorante”, ribatte l’amico. “Il genero non mi ha detto nulla. Io so che quello lo sa, però non mi ha detto nulla. Ha detto: salutamelo”.
“Che deve dire quello, non ha che dire”. “Quell’altro mi ha detto qualcosa, quello di Orta Nova, capito”. “Andrea Gaeta“. “Sì, ma lui sta dentro”. “Anche con quello mi devi lasciare appuntamento”.
L’affare cocaina secondo il gip
Nelle 474 pagine dell’ordinanza cautelare, il gip individua in Shaban Shima “il motore propulsivo di un ampio traffico di cocaina con base operativa a Foggia”. L’uomo avrebbe acquistato la droga all’ingrosso, rivendendola a prezzi maggiorati grazie a una rete di complici ritenuti fidati. La cocaina, acquistata a oltre 22 euro al grammo, veniva rivenduta tra i 30 e i 50 euro, con un’organizzazione che prevedeva depositi sorvegliati, luoghi per il confezionamento e una contabilità precisa di forniture e ricavi.
Secondo quanto riferito dai carabinieri, il gruppo utilizzava doppi fondi nelle auto, criptofonini e canali collaudati per trasferire i proventi in Albania, sfruttando autisti di pullman di linea e autotrasportatori compiacenti. Un sistema emerso chiaramente a gennaio, quando furono sequestrati 40mila euro in contanti consegnati in una piazzola di sosta lungo la statale 16. Un traffico strutturato, capace di alimentare il mercato della droga ben oltre i confini della Capitanata.
Uno dei sequestri effettuato nel corso delle investigazioni, relativo a 2 chili di cocaina provenienti dalla Bolivia, avrebbe documentato l’elevata qualità dello stupefacente, risultato puro al 96% dalle successive analisi di laboratorio dei carabinieri.










