Una lettera apparentemente familiare, ma dal valore investigativo altissimo. È quella scritta a fine 2022 dal carcere di Palermo-Pagliarelli da Enzo Miucci, 42 anni, detto “U’ Criatur” o “Mutanda” ritenuto il reggente del clan Li Bergolis-Miucci, storico gruppo mafioso dei montanari del Gargano, e indirizzata al cugino Franco Li Bergolis, 47 anni, ergastolano al 41 bis a Cuneo, fratello minore di Matteo (52 anni) e Armando (50). Tutti e tre scontano lunghe pene detentive per le condanne del processo Iscaro-Saburo, che per la prima volta certificò l’esistenza della mafia garganica.
Miucci, all’epoca detenuto in alta sicurezza e parente diretto del boss storico Francesco “Ciccillo” Li Bergolis – ucciso nel 2009 nella faida del Gargano – nella missiva sequestrata dalla magistratura e confluita nel maxi fascicolo dell’inchiesta “Mari e Monti” contro il clan, scrive a Franco con toni affettuosi, mescolando riferimenti familiari e dettagli che hanno attirato l’attenzione degli inquirenti.
Un linguaggio familiare che cela la rete dei contatti
“Ciao mio carissimo cugino Francesco, come ben puoi vedere sono io, Enzo”, si legge nella lettera del 23 ottobre 2022, sequestrata il mese successivo. Miucci aggiorna il parente sui legami familiari e augura il meglio ai fratello Matteo e Armando, poi racconta di aver ricevuto “con immenso piacere” una lettera dal cugino, lamentando ritardi e problemi di consegna: “Non è umano fare queste cose. Questa è l’Italia”.
Il tono è quello di un dialogo intimo, ma emergono passaggi che hanno un chiaro rilievo investigativo. Miucci cita infatti incontri e conoscenze avvenute nel carcere di Terni, dove in passato è stato detenuto, e accenna a legami con uomini collegati a Cosa nostra siciliana.
Riferimenti ai clan Inzerillo e Militello
In una nota allegata dagli investigatori della DDA di Palermo, si evidenzia come Miucci sia stato allocato presso la Casa Circondariale di Terni nello stesso periodo del palermitano Benedetto Gabriele Militello, arrestato nell’ambito dell’operazione “New Connection” per associazione mafiosa insieme a esponenti di rilievo del clan Inzerillo e ad affiliati della mafia italo-americana.
Dalla corrispondenza emerge che Miucci avrebbe conosciuto Militello durante la detenzione: “La moglie del mio amico che era a Terni con me… sono brave persone, lo zio è amico di quello che era con me a Terni, Inzerillo”, scrive il boss garganico. Un riferimento diretto a una delle famiglie storiche di Cosa nostra, da anni protagonista dei rapporti tra Palermo e gli Stati Uniti.
Il clan dei montanari e i legami con la Sicilia
L’inchiesta ha confermato, come annota la nota giudiziaria, che Miucci e Militello furono detenuti nello stesso carcere tra il 2019 e il 2022, periodo nel quale nacquero contatti ritenuti “significativi” tra esponenti del Gargano e figure di primo piano della mafia siciliana e americana.
Un intreccio che, secondo gli inquirenti, potrebbe testimoniare la ramificazione dei rapporti criminali tra Puglia e Sicilia, in un contesto di scambi, favori e possibili collegamenti economici e logistici.
Toni di normalità e richiami d’onore
Nel resto della lettera, Miucci alterna parole affettuose e familiari a considerazioni più personali, che lasciano intravedere la mentalità del boss: “Siamo giovani e dobbiamo stare bene, alla faccia di chi ci vuole male e di tanti cornuti e infami che esistono”, scrive al cugino, usando espressioni tipiche del linguaggio mafioso.
Poi parla della sua condizione in carcere: “Mi hanno fatto il ripristino, vedremo se a novembre o a febbraio esco, tanto novembre sono quattro anni. Se non ce la facciamo a finire, di tutto massimo di I grado ok”. Parole che rivelano speranze e calcoli sulla propria posizione giudiziaria.
Un legame di sangue e di clan
Verso la fine, il boss mostra un lato più umano, citando i figli e la famiglia: “Non vedo l’ora di prendere nelle braccia la mia nipotina… mio figlio lo vuole bene a tuo nipote Pasquale”. Poi chiude con un tono familiare ma intriso di appartenenza: “Ciao a presto, una forte stretta di mano, tuo cugino Enzo”.
Per la Direzione Distrettuale Antimafia, la lettera non è soltanto un messaggio privato, ma una finestra sui rapporti interni e sulle alleanze esterne del clan Li Bergolis-Miucci, una struttura che, nonostante le carcerazioni, continua a mostrare coesione familiare e codici di fedeltà tipici delle organizzazioni mafiose.











