Crolla la narrazione di antimafia, politica e associazioni legalitarie sui fratelli Luciani. I pentiti stanno stravolgendo quanto raccontato in questi anni sul conto di Aurelio e Luigi Luciani, i contadini di San Marco in Lamis uccisi il 9 agosto 2017 da un commando di quattro persone. Obiettivo principale degli assassini era Mario Luciano Romito, boss di Manfredonia rivale del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone. Ma sotto una raffica di colpi morirono, oltre a Romito, anche il cognato Matteo De Palma che era alla guida del maggiolone nero e, appunto, i Luciani a bordo di un Fiorino. Aurelio cercò di scappare ma venne addirittura rincorso e freddato senza pietà. Tutto un po’ strano per dei killer professionisti che solitamente studiano a tavolino ogni agguato evitando il più possibile di coinvolgere persone innocenti.
Di recente il pentito Matteo Pettinicchio, primo collaboratore di giustizia nella storia dei Li Bergolis, ha riferito che il suo clan evitò di ammazzare i mattinatesi Scirpoli e Gentile a causa della presenza di alcuni passanti. “Volevamo evitare di colpire persone innocenti”. Ora lo stesso Pettinicchio ha parlato apertamente ai magistrati della Dda di Bari della famigerata strage di San Marco, fatto di sangue che accese finalmente i riflettori dello Stato sulla mafia in provincia di Foggia.
Il pentito ha raccontato quanto appreso da Enzo Miucci, 42enne capoclan detto “U’ Criatur” o “Renzino”. Stando alla ricostruzione, depositata nel processo “Mari e Monti” contro i montanari, a sparare fu lo stesso Miucci insieme a Roberto Prencipe detto “Roberto della Montagna”, Saverio Tucci detto “Faccia d’angelo” e Girolamo Perna alias “Peppa Pig”, gli ultimi due ammazzati per altre questioni ad ottobre 2017 e ad aprile 2019. Miucci e Prencipe sono invece in cella, il primo per “Mari e Monti” e altri procedimenti, il secondo “soltanto” per “Mari e Monti”.
“Tucci l’ho visto una volta tramite Miucci. Era una delle persone che venivano tenute nascoste – ha spiegato Pettinicchio alla Dda -. Era un narcotrafficante di cocaina dall’Olanda ed ha partecipato a fatti di sangue“.
“Prencipe invece io l’ho conosciuto nel 2015 ed era a disposizione di Miucci già da prima. Non lo aveva fatto conoscere a nessuno. È stato utilizzato per commettere reati di sangue e di droga. Deteneva le armi del gruppo“. Poi riguardo a “Peppa Pig”: “Perna era uno dei due capi di Vieste (l’altro era Marco Raduano, ndr), messo da Miucci. So che è morto per essere vicino al nostro gruppo“.

Informazioni anche su Giovanni Caterino, condannato in via definitiva all’ergastolo per aver fatto da basista alla strage, finora unico colpevole identificato: “Faceva parte del gruppo ed era tra i soggetti tenuti più nascosti. Caterino l’ho conosciuto a casa di Miucci. Ogni volta che veniva agli incontri era parzialmente travisato per restare sconosciuto ai più. Era uno dei soggetti che utilizzavamo per acquisire notizie sull’altro gruppo“.
A Pettinicchio sono stati sottoposti diversi album fotografici per il riconoscimento di personaggi ritenuti rilevanti dal punto di vista investigativo. Tra questi spunta anche Matteo Lombardi detto “Lombardone”, già condannato in via definitiva a 14 anni per omicidio, comparso nelle carte dell’arresto di Caterino. “Lombardone” non è indagato ma risultano alcuni squilli sospetti la mattina della strage dal suo telefono a quello di Angelo Tarantino, il pregiudicato di San Nicandro che utilizzava la masseria verso la quale fuggì il commando di killer. “Lombardone” potrebbe aver nutrito astio nei confronti di Romito dopo il “tradimento” di Orti Frenti, quando Mario Luciano e suo fratello Franco, in accordo con i carabinieri, piazzarono cimici che registrarono un summit tra manfredoniani e montanari. Le registrazioni costarono molto care proprio a “Lombardone” che durante la conversazione ammise l’omicidio di Michele Santoro detto “Mangiafave”, ammazzato per contrasti interni al clan Li Bergolis.
Il pentito ha gettato ombre anche su Matteo De Palma, tra le vittime della mattanza: “Matteo detto cioppin, cognato di Mario Luciano. So che aveva preso informazioni su di me per farmi uccidere”.
Pettinicchio racconta la strage
Sentito sul quadruplice omicidio dai magistrati dell’Antimafia barese, il pentito Matteo Pettinicchio ha così parlato. Riportiamo esattamente le sue dichiarazioni: “Esecutori autori materiali Enzo Miucci, Prencipe Roberto, Tucci Saverio e Perna Girolamo. Giovanni Caterino ha fatto la bacchetta. Hanno sparato fucili e kalashnikov. Alla guida della C-Max era Tucci Saverio, gli altri tre hanno sparato. Miucci e Perna avevano il fucile, Prencipe aveva il kalashnikov e Tucci aveva la pistola. Mi ha raccontato tutto Enzo Miucci in carcere a Lanciano, nel 2018. Era un omicidio già deciso da almeno una decina di anni. Miucci mi disse che dopo essere uscito dal carcere Mario Luciano era stato a Capri e poi a Vieste. Era stato seguito passo passo. Miucci non mi ha raccontato da dove sono partiti; con Caterino hanno comunicato tramite cellulare, così come abbiamo sempre fatto in altre occasioni”.

E ancora: “Miucci mi ha raccontato che il Fiorino era fermo, il Maggiolone ha rallentato, loro hanno sparato e l’auto di Romito e suo cognato è finita fuori strada. Mi ha raccontato che i fratelli Luciani avevano fatto segno a Romito di seguirli per andare in campagna da loro dove sarebbe dovuto avvenire un incontro con i foggiani, in particolare con Rocco Moretti (boss della “Società Foggiana” e storico alleato di Romito, ndr). Poco dopo che sono ripartiti il commando ha sparato i primi colpi ed il Maggiolone è finito fuori strada. Miucci è sceso dall’auto, ha raggiunto il Maggiolone ha aperto lo sportello e ha sparato in faccia a Mario Luciano dicendogli; ‘scapp mo Mario Romi’ (“scappa ora, Mario Romito”, ndr). Mi ha riferito che quando ha aperto lo sportello Romito era ansimante. Gli altri componenti del gruppo di fuoco hanno raggiunto il Fiorino dei fratelli Luciani e li hanno ammazzati”.
Un racconto lucido e drammatico che continua: “Tucci Saverio ha partecipato a quell’omicidio anche perché aveva subito un agguato dai componenti del gruppo Romito. Inoltre, Mario Luciano aveva motivi di rancore nei suoi confronti dovuti agli affari inerenti alla droga; lo riteneva venale e lo avrebbe minacciato dicendo che se lo avesse ucciso gli avrebbe infilato 50 euro in bocca. Con Miucci, di tutto ciò, ho parlato una sola volta. Del ruolo dei fratelli Luciani mi ha detto Miucci. lo non li conoscevo. Enzo mi ha riferito di aver rotto la C-Max facendo partire un colpo accidentale di arma da fuoco, mentre stavano scappando. Era stato preso da un forte livore, mi disse che voleva tornare indietro per continuare ad infierire sul corpo di Mario Luciano. In quel periodo sia io che Miucci eravamo in contatto con dei calabresi della famiglia Pesce di Rosarno che stavano a Torino. So che dopo l’omicidio sono scappati a piedi. Credo che le armi siano state distrutte; Miucci mi ha riferito di aver incendiato l’auto usando dei fazzoletti. Del racconto di Miucci non ho mai avuto modo né ragione di dubitare, anche in riferimento alla presunta estraneità dei fratelli Luciani rispetto alla vicenda. Su di loro credo che Miucci si sia informato prima di commettere l’omicidio. Nessuno, eccetto noi, avrebbe avuto la forza di compiere un omicidio del genere. La guerra era tra noi ed i Romito, tutti gli altri erano sottogruppi. Miucci mi ha detto che hanno fatto l’azione travisati con i sottocaschi”.
La spietatezza di Enzo Miucci, gli anni di rancore, l’odio per “Orti Frenti” e tanti altri motivi si celerebbero dunque dietro la strage di San Marco, la mattanza di mafia più efferata mai avvenuta in provincia di Foggia, al pari solo della strage del Bacardi dell’1 agosto 1986 a Foggia.

La narrazione sui Luciani
Inseriti dall’associazione Libera di don Luigi Ciotti tra le vittime innocenti di mafia, Luigi e Aurelio Luciani sono diventati per molti il simbolo dell’ingiustizia e della violenza cieca. Ogni 21 marzo, i loro nomi vengono scanditi nelle piazze italiane insieme a quelli di altri caduti estranei alla criminalità organizzata. E a Foggia è nata persino un’associazione antiracket intitolata ai due agricoltori, indicati come vittime del caso, capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Ma la ricostruzione offerta dai collaboratori di giustizia racconta un’altra storia, ben più complessa e controversa. Secondo quanto riferito da Pettinicchio, che ne parlò agli inquirenti attingendo ai racconti del boss Enzo Miucci, i fratelli Luciani avevano rapporti diretti con Mario Luciano Romito. Poco prima dell’agguato mortale, i due avrebbero fatto segno a Romito di seguirli in campagna, dove era previsto un incontro con Moretti. Quello che si presentava come un appuntamento riservato si trasformò invece in un agguato sanguinoso.
A confermare l’ombra di una conoscenza non casuale tra le parti è anche un altro collaboratore, Andrea Romano, esponente della mafia brindisina. In carcere, Romano raccontò ai magistrati un dialogo avuto con il boss foggiano Emiliano Francavilla (alleato dei Li Bergolis), dal quale avrebbe appreso che i due fratelli, ritenuti del tutto estranei ai contesti mafiosi, in realtà “mantenevano le armi” per conto del clan Romito. Sempre secondo quanto riferito da Romano, Romito stava andando proprio dai Luciani per recuperare le armi nascoste quando fu intercettato dai killer e crivellato di colpi insieme a loro: “Tanto vero che entrarono con la macchina in campagna”, sottolineò.
Queste dichiarazioni gettano una luce inquietante sulla vicenda, mettendo in discussione la narrazione pubblica e mediatica costruita negli anni. Più che vittime casuali, i fratelli Luciani potrebbero essere stati coinvolti, seppur marginalmente, in dinamiche e frequentazioni rischiose, che li hanno infine esposti a una vendetta spietata.
La verità, come spesso accade nelle guerre di mafia, si muove sul confine sottile tra ciò che si sa e ciò che si vuol far credere. Ed è su quel confine che, ancora oggi, si gioca il senso della loro memoria.











