2 dicembre 2003, il giorno che cambiò per sempre la storia della mafia garganica. È infatti la data del summit nella masseria di “Orti Frenti”, agro di San Giovanni Rotondo. Attorno ad un tavolo Armando e Franco Li Bergolis, Franco e Mario Luciano Romito, Matteo e Antonio Lombardi detti “Lombardone” e Leonardo Clemente. In buona sostanza, il gotha della criminalità organizzata del promontorio. All’epoca erano tutti alleati tra loro ma c’era una questione da chiarire, l’omicidio di Michele Santoro detto “Mangiafave”, il factotum dei Li Bergolis, un “fratello” per Franco Li Bergolis con il quale condivideva il controllo di una nota discoteca di Manfredonia e molti altri affari.
Santoro venne ammazzato il 25 settembre precedente a Siponto. Furono esplosi complessivamente sei colpi, quattro da un killer e due dall’altro ma, con certezza, solo tre all’indirizzo della vittima che andarono tutti a segno.
La carica di pallettoni infranse il lunotto termico e, successivamente, attinse Santoro alla nuca ed alla spalla destra; a seguito delle lesioni Santoro perse il controllo dell’auto che, sempre in retromarcia, andò a schiantarsi contro il fianco sinistro di una Fiat Uno che i proprietari di un podere avevano parcheggiato vicino al muro esterno del casolare.
Il summit di Orti Frenti finì al centro della maxi inchiesta “Iscaro-Saburo”, 99 arresti nel 2004
A vettura ferma, il killer esplose un secondo colpo, attraverso il finestrino, colpendo nuovamente la vittima. Ed infine il colpo di grazia, con il fucile appoggiato sulla faccia della vittima, esplosione che provocò lesioni devastanti al volto.
Successivamente, grazie all’operazione Iscaro-Saburo che smantellò i clan del Gargano, venne fuori che i fratelli montanari Li Bergolis avevano la profonda convinzione che Santoro fosse finito in una trappola. Distratto da una persona amica che gli parlò dal finestrino e poi ucciso da un’altra giunta dalla parte posteriore dell’auto.
Santoro era sicuramente diffidente, avendo già subito due attentati: il 2 ottobre 2000 a Manfredonia ignoti esplosero diversi colpi di fucile caricato a pallettoni, ferendo lui e Andrea Barbarino. Il 1° agosto 2003, sulla SS89 sempre a Manfredonia, ignoti spararono colpi di fucile colpendo la Panda su cui viaggiava, ma lui restò illeso.
L’omicidio di Santoro fu un omicidio “eccellente”, di quelli destinati a sconvolgere l’assetto criminale del territorio: agli atti centinaia di captazioni ambientali lo vedevano direttamente coinvolto in varie vicende criminali che ne attestavano il pieno coinvolgimento nell’ambito della famiglia Li Bergolis.
Il padre della vittima riferì agli inquirenti di un dissenso che era insorto tra il figlio e Matteo Lombardi detto “Lombardone”, da sempre vicino ai montanari, in ordine alla spartizione dei proventi di un grosso furto di animali. Questo dato si coniugò con quanto accaduto prima dell’omicidio ed immediatamente dopo.
Lombardi venne convocato dai carabinieri: in quella circostanza gli fu rivelato che gli organi inquirenti avevano appreso di un progetto di assassinio nei confronti suoi e del figlio che sarebbe stato posto in essere da Santoro.
Subito dopo l’omicidio, il 26 settembre 2003, tre carabinieri firmarono un’annotazione di indagine in cui riferirono di avere appreso da fonte confidenziale degna di fede e di comprovata attendibilità che il mandante dell’omicidio di Santoro fu proprio “Lombardone” e che quest’ultimo aveva saputo delle intenzioni di “Mangiafave” di volerlo uccidere insieme al figlio e a Giuseppe Silvestri.
Emerse che Santoro si era già organizzato, con i fratelli Franco ed Armando Li Bergolis nonché Leonardo Clemente ed aveva occultato una macchina rubata e delle armi presso un garage nella sua disponibilità situato alla periferia di Monte Sant’Angelo. L’agguato sarebbe scattato durante le festività patronali di San Michele Arcangelo (29 settembre). Ma avendo appreso ciò, Lombardi anticipò le sue mosse e, per superare la diffidenza di Santoro che aveva già subito due attentati, convinse Barbarino a “vendersi” l’amico fidato; il confidente descrisse nei particolari come si svolse l’omicidio: con una scusa Barbarino lo convinse ad entrare in un podere e qui erano già appostati i killer che fecero fuoco.
La fonte confidenziale riferì inoltre che i fratelli Franco e Armando Li Bergolis, a seguito delle “indagini” svolte da loro, avanzarono dubbi anche sulla fedeltà del loro fratello Matteo vista la sua recente assidua frequentazione con Matteo Lombardi.
Insomma, una mini faida interna al clan dei montanari per questioni di affari: un furto di bestiame ma forse anche una vittima di estorsione “contesa”. Fatto sta che Santoro e Matteo Lombardi entrarono in forte contrapposizione sfociata poi nel sangue di Siponto.

Il 2 dicembre 2003 l’aria era tesissima. Il nervosismo dilagava nella masseria “Orti Frenti” visibile dalla Statale 89 che collega Manfredonia a Foggia, ma in agro di San Giovanni Rotondo. La struttura, oggi rimpiazzata da aziende e capannoni, era gestita da Franco Romito e Franco Giovanditto, quest’ultimo fratello di Gennaro, il killer sannicandrese dei Li Bergolis detto “Jennaro scalfone”
Per l’impianto accusatorio dell’epoca, il clan Li Bergolis-Romito operava e dominava l’intero territorio garganico stabilendo il centro di comando a Manfredonia con la masseria “Orti Frenti” utilizzata come quartier generale.
“Quello ha detto che voleva mangiarmi il cuore”
Le intercettazioni
Al tavolo del summit del 2 dicembre 2003 i fratelli Matteo e Antonio Lombardi, Franco e Mario Luciano Romito, Armando e Franco Li Bergolis e Leonardo Clemente. C’era una questione da risolvere e, eventualmente, una pace da sancire.
Armando Li Bergolis: “Mettiamo a posto la cosa e finisce la canzone”
Matteo Lombardi: “Mi hanno fatto diventare un animale”
Franco Romito: “Siamo in una situazione di merda. C’è la malignità ormai tra di voi. Abbiamo polizia e carabinieri addosso per tutti questi bordelli”
Armando Li Bergolis: “Sei stato tu ad uccidere a Michele”
Matteo Lombardi: “E per quale motivo? Mi sono difeso, mi sono difeso”
Armando Li Bergolis: “Allora dicci il fatto, chiariamo il fatto una volta per sempre”
Matteo Lombardi: “Quello ha detto che voleva mangiarmi il cuore. Tu hai detto il ragazzo lo dobbiamo uccidere, lo dobbiamo pulire”
Armando Li Bergolis: “Dicci il fatto come è. Io sono convinto che sei stato tu”
Matteo Lombardi: “Si sono stato io”
Matteo Lombardi: Appunto, sono stato io! Voi me ne avete fatti quattro e io ve ne ho fatto uno! A posto?
Armando Li Bergolis: Noi non abbiamo fatto nessun quattro! Tu ci hai fatto uno a noi!
Matteo Lombardi: Ah, tre, me ne avete fatti tre?
Armando Li Bergolis: Non abbiamo fatto niente!
Matteo Lombardi: Me ne avete fatti due!
Armando Li Bergolis: Non abbiamo fatto niente!
Armando Li Bergolis: L’unico fatto mò, dicci precisamente il fatto di mba’ Michele e basta, e chiudiamo una volta per sempre. Non dobbiamo stare a dire niente più…
Matteo Lombardi: Sono stato io! Te l’ ho detto o no?
Armando Li Bergolis: Sei stato tu, a posto?
Matteo Lombardi: Sono stato io, a posto
Uomo4: No Matteo, io ti ho capito
Matteo Lombardi: La verità è questa
Uomo4: Io ti ho capito
Matteo Lombardi: Mò per essere, per essere conclusivo, sono stato io!
Uomo4: No, no
Matteo Lombardi: Allora, voi me ne avete fatti tre, io ve ne ho fatto uno! Stiamo pace!
Uomo4: No, no, no, non dobbiamo ragionare in questa maniera…
Franco Romito: Mò. Mò la devo dire io una parola, scusa, perché mò non ci, non ci dovevamo stare nemmeno noi vicini per parlare di questi fatti che, per parlare di questi fatti più, più, più intimi; però, giustamente, Matteo Lombardi, può pure dire: “Io mò ti dico chi è che è stato aaa, mi, a far fare a Michele Mangiafave, e voi dovete dire chi è che ha ucciso a quelli là!” Allora voi dite chi è che ha ucciso all’Apicanese; chi ha ucciso… Come si chiama quell’altro?
Matteo Lombardi: Che vogliamo sapere i particolari? Chi ha ucciso a quello, chi ha ucciso a quell’altro, e nemmeno oggi dico, questo e quest’altro
Franco Romito: O no? Francesco ha detto: “Sono stato io personalmente”. Basta!
Armando Li Bergolis: A posto, tutto a posto!
Il summit mafioso doveva restare segreto ma i carabinieri, d’accordo con i Romito che forse volevano liberarsi dei montanari, ormai troppo ingombranti a Manfredonia, riempirono la masseria di microfoni. Una trappola, Li Bergolis e Lombardi ci cascarono.
Poi la pace suggellata da Franco e Mario Luciano Romito: “Dai Matteo – le parole di Franco Romito -, datevi la mano, dai”.
E Lombardi: “Mario, siete anche voi testimone, la faccenda si chiude qui”.
Mario Luciano Romito: “È giusto, ormai ciò che è stato, è stato”.
Le condanne
In conclusione, pertanto, Lombardi ebbe un movente fortissimo per l’assassinio di Santoro: gli fu fornito, involontariamente, dagli stessi inquirenti che lo avvisarono del contenuto di alcune captazioni in cui i Li Bergolis e Santoro avrebbero tramato contro di lui ritenendolo responsabile dell’attentato da quest’ultimo subito l’1 agosto 2003. Dall’intero contesto della captazione si evinse chiaramente che Lombardi confessò di essere l’autore dell’omicidio, sia pure ponendosi in chiave difensiva.
Ma Orti Frenti fu chiaramente anche una trappola nei suoi confronti, ordita e premeditata da Franco Romito, trappola in cui cadde confessando l’omicidio di “Mangiafave”.
A “Lombardone” furono inflitti 14 anni per l’omicidio di Santoro
Ma l’uccisione di Santoro non fu definita dai giudici un omicidio di mafia in senso stretto. La motivazione, infatti, non fu quella di rafforzare o agevolare il contesto associativo ma quella di difendersi da una presunta, possibile violenza nei confronti suoi e di suo figlio.
Grazie alle confessioni nella masseria e all’imponente attività di indagine che in quel periodo interessò il clan dei montanari, le forze dell’ordine smantellarono l’organizzazione nel 2004 attraverso la maxi retata “Iscaro Saburo”. Ben 99 arresti in tutto il Gargano. Al termine del processo, Franco Li Bergolis venne condannato all’ergastolo per mafia e per l’omicidio di Matteo Mangini, ai suoi fratelli Matteo e Armando furono inflitti 27 anni di reclusione, a Matteo Lombardi – che si è sempre proclamato innocente – 14 anni per omicidio con il rito abbreviato. I Romito tutti assolti e rimessi in libertà. Nel 2009, per la prima volta nella storia dopo il flop del processo “Gargano” nel 2000, i giudici riconobbero l’esistenza della mafia garganica.
La vendetta
Il tradimento di “Orti Frenti” costò caro ai manfredoniani. Franco Romito venne ammazzato a Siponto nel 2009 insieme al suo autista, suo figlio Michele cadde in un agguato l’anno dopo alla periferia di Manfredonia. Mario Luciano Romito è invece morto nella strage di San Marco in Lamis del 2017, ucciso barbaramente insieme al cognato Matteo De Palma e ai contadini Aurelio e Luigi Luciani. Le carte dell’inchiesta raccontarono che durante la mattanza, Matteo Lombardi provò più volte a contattare telefonicamente Angelo Tarantino, l’utilizzatore della masseria verso la quale fuggirono i killer di San Marco. Una coincidenza? Quella masseria era spesso frequentata, prima e dopo la strage, dal basista Giovanni Caterino, un uomo dei Li Bergolis immortalato in compagnia di Tarantino durante le indagini. Caterino è stato recentemente condannato all’ergastolo in via definitiva per quella mattanza. Ancora ignoti mandanti e sicari.
L’attuale rivalità
La contrapposizione tra clan è ancora presente sul Gargano. I Lombardi-Scirpoli-Raduano (ex Romito) sarebbero gli attuali rivali dei Li Bergolis, questi ultimi guidati dal reggente Enzo Miucci detto “U’ Criatur”, cugino di Matteo, Armando e Franco e nipote di Ciccillo, patriarca dell’organizzazione criminale ucciso nel 2009.












