L’Università di Foggia ha presentato la mostra d’arte “Paesaggi inimmaginabili” del Maestro Salvatore Lovaglio, promossa nell’ambito delle celebrazioni per il XXV Anniversario della fondazione dell’Ateneo. L’iniziativa si inserisce nel programma della manifestazione “La città che vorrei”, con l’obiettivo di valorizzare l’identità dell’Università e il suo legame con il territorio, attraverso il linguaggio universale dell’arte.
La realizzazione della mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione e al sostegno del Comune di Foggia – Assessorato alla Cultura, della BCC di San Giovanni Rotondo e della Fondazione Apulia Felix, il cui contributo è stato determinante per la riuscita dell’iniziativa.
Due grandi tele del Maestro Lovaglio sono esposte all’interno del Palazzo Ateneo: opere intense e visionarie, capaci di evocare suggestioni profonde in dialogo con lo spazio istituzionale dell’Università.
All’inaugurazione negli spazi di Palazzo Ateneo sono intervenuti, oltre all’artista, la prorettrice Donatella Curtotti, Danilo Leone, delegato rettorale alla Terza Missione, Alice Amatore, assessora alla Cultura del Comune di Foggia, Licia Centola, nuova presidente della Fondazione Apulia Felix, Giuseppe Palladino, presidente della BCC di San Giovanni Rotondo e Massimo Bignardi, docente di Storia dell’Arte contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni culturali dell’Università di Siena e curatore della mostra.
La mostra si sviluppa in un percorso articolato attraverso tre sedi significative dal punto di vista istituzionale e culturale: Palazzo Ateneo, Auditorium Santa Chiara e Palazzetto dell’Arte “Andrea Pazienza”.
Una delle due tele, dipinta nel 2006 e raffigurante un paesaggio di stoppie a fuoco, oggi si carica di nuovi significati, con riferimenti simbolici ai conflitti che incombono in Europa e in Medio Oriente.
“C’è una forza pubblica nelle opere del Maestro Lovaglio – ha detto la prof.ssa Curtotti –. Questa sua anima pubblica che si apre verso l’esterno si coniuga con l’intento di questi 25 anni. Questo Ateneo ha una quarta missione: dare cultura a tutto il territorio”.
Entusiasta anche Danilo Leone: “La Puglia, al di là di Pino Pascali, non ha una grande tradizione nell’arte contemporanea. Lovaglio ci ha detto: ‘io faccio parte del paesaggio che rappresento’”. Le opere immersive dell’artista sono, per Unifg, uno strumento per cambiare lo storytelling della città. “Io sono di Taranto, ma ormai foggiano d’adozione – ha detto ancora Leone –. Sono due città molto simili, martoriate da racconti errati: l’acciaio a Taranto, la criminalità per Foggia. Lo sforzo è quello di cambiare il racconto della nostra città”.
L’esperienza illuminata di alcuni imprenditori nella creazione della Fondazione Apulia Felix è oggi nelle mani di Licia Centola. “La vastità del nostro territorio, questa bellezza e desiderio di riscatto, vengono sottovalutati. Abbiamo messo a disposizione un contenitore prezioso, bello e antico del centro storico che andrebbe valorizzato”.
Massimo Bignardi, che ha conosciuto Lovaglio ai tempi dell’Accademia di Brera, ha curato l’allestimento. “La nostra amicizia è nata negli anni Ottanta, quando trattavo la storia meridionale. C’è stata una questione meridionale anche nell’arte e nella cultura. C’era una forte creatività pugliese, un fermento diffuso: da Spizzico a Sava, fino al Crac di Taranto. È un patrimonio che va messo a registro. È lodevole che Unifg, la Banca e la Fondazione abbiano a cuore l’arte contemporanea”.
Bignardi ha concluso con una riflessione: “L’astrattezza della parola ‘futuro’ non aiuta. Io, come Augé, sostengo l’‘avvenire’: il futuro è ciò che accade. È questa la matrice più forte della pittura di Salvatore Lovaglio, che è una persona franca, sincera. La sua pittura non è retorica né compiacente: è come la terra, genuina, semplice, coltivata. Paesaggio Dauno e Paesaggio 1 sono carnose pitture germinative. La sua anima ritrova la memoria, un amore tremendo e incredibile per la terra. Lovaglio scopre nel paesaggio bruciato non la distruzione, ma una rigenerazione, con lampi di fuoco che emergono in una eterna diatriba tra il paesaggio e la memoria. Nelle ultime opere, dalla dimensione della memoria si arriva all’etica, perché l’arte deve aspirare alla pacificazione, come il cielo stellato di Giotto. Nelle grandissime incisioni intercetta sulla lastra di acciaio le muffe e le ruggini, ritrova il vitalismo della natura e trasforma i segni di abrasione in realtà”.
Infine, lo stesso Salvatore Lovaglio ha raccontato il suo percorso artistico: “C’è stato un periodo in cui mi ero stancato dei paesaggi. Volevo lavorare su altre tematiche, tornare ai vecchi filoni e alle figure. Nella voglia di staccare vennero fuori dieci incisioni a cui sono molto affezionato. È cambiato qualcosa in me nel costruire i paesaggi: sono tornato a essere più essenziale, per guardare i paesaggi di sempre, senza l’uso di elementi contingenti”.









