La notizia di un vescovo che alza la cornetta per chiedere a una redazione di rimuovere un articolo è già, di per sé, un fatto grave. Quando, poi, quella telefonata sfocia in un atteggiamento di risentimento, con tanto di dispettuccio di escludere un giornale dalla mailing list della Diocesi, diventa un caso emblematico di ipocrisia e di incapacità di accettare il ruolo della stampa in una democrazia.
La vicenda, che coinvolge il vescovo di Foggia-Bovino, Giorgio Ferretti, e il giornale l’Immediato, apre un profondo interrogativo: che cosa significa davvero essere una guida spirituale in un mondo in cui la trasparenza e il diritto all’informazione sono cardini fondamentali della società civile? Un vescovo, per definizione, dovrebbe incarnare i valori della tolleranza, del dialogo, della misericordia. E invece, eccolo qui, trasformarsi in un personaggio piccato che reagisce a un articolo con misere ritorsioni.
L’articolo incriminato riferiva un fatto oggettivo: la nuova direttrice della Caritas diocesana è parte offesa in un processo. Non si tratta di gossip né di insinuazioni, ma di cronaca giudiziaria, uno dei pilastri del giornalismo. Eppure, anziché utilizzare la replica offerta dalla redazione per chiarire, il prelato ha scelto un’altra strada, arrivando al punto di tagliare la testata dalla mailing list della Diocesi.
Un gesto che, più che autoritario, sa di puerile. Come può un rappresentante della Chiesa, che dovrebbe predicare il perdono e la comprensione, rifugiarsi in simili mezzucci? Togliere un giornale dalla mailing list è l’equivalente ecclesiastico di non invitare un compagno alla festa di compleanno perché ci ha fatto arrabbiare. È una manifestazione di debolezza, non di forza.
E qui si arriva al cuore della questione: l’ipocrisia. La Chiesa, da sempre, si presenta come una voce morale, capace di orientare il dibattito pubblico su temi cruciali come la giustizia, la pace, l’accoglienza. Ma quando la stampa esercita il suo diritto-dovere di informare, mostrando una realtà che potrebbe risultare scomoda, l’istituzione si chiude a riccio. Questo atteggiamento non solo mina la credibilità della Chiesa, ma tradisce anche il messaggio evangelico di trasparenza e verità.
Il caso del vescovo Ferretti – rappresentante della controversa Comunità di Sant’Egidio – è solo l’ultimo esempio di come alcune gerarchie ecclesiastiche fatichino a confrontarsi con il pluralismo e la libertà di espressione. È più facile parlare di dialogo che praticarlo, soprattutto quando si è messi di fronte a critiche o a notizie che mettono in discussione il proprio operato.
Ma se c’è una lezione che la Chiesa dovrebbe imparare è che la stampa non è un nemico. È una voce che, nel bene e nel male, tiene accesi i riflettori sulla società, contribuendo a renderla migliore. E questo vale anche per i vescovi. Invece di chiudere le porte ai giornalisti, forse dovrebbero iniziare a considerare le critiche come un’occasione di crescita, un modo per avvicinarsi alla comunità con autenticità.
Perché un vescovo che si lascia andare a “dispettucci” non solo perde credibilità, ma tradisce la missione che gli è stata affidata. E in un mondo sempre più bisognoso di autentiche guide spirituali, questa è una responsabilità che nessuno dovrebbe sottovalutare.









