“Cosa accade se una città si arrende?”. È questa una delle domande cardine del toccante spettacolo “Io sono Franco” con Franco Ferrante e scritto da Lidia Bucci, prodotto dal Teatro dei Limoni, che ripercorre la vita di Francesco Marcone. Dopo quasi 30 anni dall’omicidio arriva un’opera a raccontare in maniera artistica quei giorni.
Il debutto si è avuto a Foggia nell’ambito del Foggia Estate in un gremitissimo anfiteatro di Parcocittà, che ha visto la presenza di autorità civili e religiose. In prima fila oltre ai figli Daniela Marcone e Paolo Marcone, il procuratore della Repubblica Ludovico Vaccaro, l’arcivescovo Monsignor Giorgio Ferretti, l’ex presidente del Teatro Pubblico Pugliese, Peppino D’Urso, gli amministratori della città a cominciare dagli assessori Alice Amatore e Giulio De Santis e i vertici della BCC Canosa Laconia.
Sulle note di The Sicilian Clan di Ennio Morricone, Ferrante nel suo monologo, aiutandosi con numerosi simboli, analogie e metafore, ha messo insieme i pezzi della vita del direttore dell’Ufficio del registro ucciso dalla mafia il 31 marzo del 1995, di venerdì sera, nell’androne del portone mentre tornava a casa alle 19.20 di sera dopo essere andato a comprare della carne per il pranzo della domenica in macelleria.
Le vie di una città come arterie di un corpo umano. I calzini bianchi e il bianco sovraesposto della lucentezza della verità. La luce che manca nel portone come segnale ineludibile di tutta la trasparenza che mancava nelle faccende fiscali catastali.
“Le ferite, le fratture, i tagli ti identificano”, ha recitato. “È troppo forte il silenzio dopo un grande rumore”.
Il Francesco Marcone pubblico ha lasciato il posto al padre, al marito, all’uomo privato. Con i suoi tic, le sue manie che lo portavano a riparare tutto, la sua intransigenza morale.
Ferrante è bravissimo nei movimenti, nel pathos e nel restituire il mood degli anni Novanta e anche l’abulia e l’ignavia dei colleghi, solo accennati in un italiano dialettale stentato, biascicato, paramafioso.
Nel monologo c’è spazio anche per il Francesco Marcone bambino, che ha visto la guerra e con la famiglia era uno sfollato a Troia. Suo padre, direttore della biblioteca provinciale, l’attuale Magna Capitana, ha salvato decine e decine di libri dai roghi.
“Papà”, la parola più usata, che rinvia al padre di Marcone, ma è anche un afflato dei figli che lo hanno visto sparato.
Tanti gli applausi alla fine della recita. “È un lavoro sul testo, di ricerca. Spero che siamo andati oltre la retorica della lotta alla mafia, noi siamo solo degli attori e quindi non facciamo altro che vestire le parole. E mi ha vestito Francesco Ceo, il costumista che abbiamo strappato al cinema e ha fatto una ricerca sul dettaglio”.
Sul palco anche Daniela e Paolo Marcone. Il testo elaborato da Lidia Bucci parte anche da Storia di Franco di Maria Marcone rieditato nei mesi scorsi dalla Meridiana.
“C’è voluto tanto tempo, per la ferita di questa città e di tutte quelle persone che non hanno voluto svelare. La storia di Franco Marcone è una storia di un uomo, dovevamo spogliarla dalla complessità e farla ritornare una storia umana, perché con la memoria rischi di perdere l’umano. Mi auguro che lo spettacolo viaggi perché porta con sé la nostra vita che avete raccolto come testimone”.
“Ci siamo resi conto parlando con Franco Ferrante che questo spettacolo rischiava di non debuttare a Foggia e Foggia doveva vedere il debutto. Abbiamo soltanto fatto il nostro lavoro”, il commento di Galano.
“Vogliamo fare una rivoluzione culturale. Se questa città ha vissuto quello che ha vissuto è perché ha avuto un tessuto sociale che non ha retto. Vogliamo riempire di bellezza anche gli spazi dimenticati stiano cercando di valorizzare i talenti che da anni combattono per legalità e per l’innovazione sociale e si occupano dei più fragili e dei più deboli”, la chiosa finale dell’assessora alla Cultura.









