Attentati di mafia a Foggia, 6 anni al bombarolo dei clan. Corte d’Appello conferma la sentenza di primo grado

Bombe al centro diurno “Il Sorriso di Stefano” e al pub “Poseidon”, per i giudici fu l’albanese Rameta l’esecutore materiale. Il giovane entrò in azione su mandato dei clan mafiosi cittadini

Sei anni di reclusione al bombarolo della mafia foggiana, Antonio Rameta alias “Erjon”, 34enne albanese ritenuto colpevole dell’attentato dinamitardo al centro diurno “Il Sorriso di Stefano” del Gruppo Telesforo. Un fatto risalente al 16 gennaio 2020. Nelle scorse ore, la Corte d’Appello di Bari ha bocciato il ricorso dell’imputato, confermando la condanna inflitta in primo grado dal Tribunale di Foggia.

Rameta è inoltre ritenuto l’esecutore materiale dell’attentato al pub Poseidon di Foggia, saltato in aria il 12 novembre 2019. In entrambi i casi, il giovane avrebbe agito per agevolare i clan mafiosi della città.

A parere della Corte d’Appello, la pena risulta “congrua e proporzionata alla notevole gravità del fatto criminoso – si legge in sentenza – e alla capacità a delinquere dimostrata dal reo, dimostrata in modo inequivocabile dalla stessa gravità della condotta oltre che dai precedenti penali comunque riconducibili all’imputato sotto diversi alias, anche per gravi reati come detenzione di droga e armi con recidiva già riconosciuta a suo carico, tenuto anche conto in particolare dei motivi delinquere, del contesto di criminalità organizzata in cui la condotta veniva eseguita e infine del grande allarme sociale che ne scaturiva nella comunità territoriale”. Tutti elementi che “escludono in radice qualsiasi possibilità di riduzione della pena”.
Rameta è ritenuto persona dalla “costante e spiccata tendenza a delinquere”.

Il giovane albanese avrebbe agito su ordine della mafia foggiana per la quale, stando al racconto del pentito Carlo Verderosa (ex batteria Moretti), si sarebbe messo a disposizione anche in passato. Manovalanza spiccia utilizzata dai boss per spaventare con la violenza le vittime del racket.

Contro Rameta c’erano anche i filmati dei due attentati dai quali emerse che l’indagato, durante la fuga, si tolse il cappuccio venendo inquadrato in volto. Le telecamere di sicurezza ripresero anche un tatuaggio a forma di corona su una mano.

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