Mafia Foggia, i soldi del racket per sostenere i “Capelloni” detenuti. Una vittima: “Sono venuti a farmi l’estorsione… sono venuti per i carcerati”

Il business della “Società foggiana” per garantire assistenza ai sodali in galera. I giudici nell’ordinanza Decimabis: “Rigida osservanza della consolidata regola di mutua assistenza”

Sostenersi a vicenda nelle difficoltà è da sempre uno dei capisaldi della “Società Foggiana”. Ecco allora che le estorsioni agli imprenditori scaturiscono anche per non lasciare soli i detenuti. È quanto emerge dalle carte di “Decimabis”, una delle ultime operazioni contro la mafia di Foggia. Michele Verderosa, sodale della batteria Moretti, parlava così durante una conversazione captata dagli investigatori: “Quando stavamo in carcere, loro praticamente volevano che mettevo l’avvocato, quello un po’ cicciotello”.

Giuseppe Albanese, alias “Prnion”, stesso clan, fu invece intercettato mentre parlava del sistema estorsivo in città: “Da quando mondo è mondo i soldi delle estorsioni li abbiamo sempre divisi… però i soldi delle estorsioni si sono sempre divisi… perché mo tu compà… un domani che andiamo in galera… se andiamo per vedere… devi fare la fame… tu devi stare tranquillo… perché il carcerato non si può difendere”.

Persino una vittima di racket fu intercettata mentre diceva: “Sono venuti a farmi l’estorsione… sono venuti per i carcerati”. Ma chi erano i carcerati in questione? Due pezzi da novanta della Società, i fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla. “Francesco Tizzano – si legge sulle carte – informava Alessandro Aprile detto ‘Schiattamort’ che doveva mandare i soldi ai ‘Capelloni’ (soprannome dei Francavilla); Aprile informava Gioacchino Frascolla e Raffaele Palumbo che i soldi che ricevevano dalle estorsioni, una quota parte, era destinata al pagamento delle spese legali (lo stesso Aprile informava Antonio Salvatore detto ‘Lascia lascia’ che una parte del denaro che sarebbe a lui spettata avrebbe dovuta consegnarla all’avvocato)”.

Poi ancora Aprile, illustrando agli interlocutori l’impossibilità di provvedere all’assistenza di tutti i detenuti della batteria Sinesi, dato che erano molto numerosi, diceva: “Ti voglio aiutare con i detenuti ma a Tizio e Sempronio, questo e quell’altro li devi togliere perché ti devi mettere pure tu con la faccia, non solo io, capito? Se vanno in galera questi dieci ragazzi chi li deve pensare? Ma io non ti posso mandare i soldi per quelli là, che quelli sono cento ragazzi dietro, io non ti posso pensare a tutti e cento ragazzi”.

Per i giudici, la Società Foggiana ha espresso da sempre una “rigida osservanza della consolidata regola di mutua assistenza dei sodali in carcere, con assunzione delle spese necessarie per il loro mantenimento e quello dei familiari, oltre che delle spese legali”. (In alto, Ciro e Giuseppe Francavilla)





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