Match Iaccarino-Landella, il sindaco perde il primo round: bocciata la proposta di modifica del regolamento. I meloniani si astengono

Scaramucce continue. Secondo la maggioranza, il presidente del Consiglio non avrebbe i requisiti per svolgere il proprio ruolo super partes

Scaramucce infinite tra il presidente del Consiglio del Comune di Foggia Leo Iaccarino e il sindaco Franco Landella. A tutti i consiglieri alle ore 15:06 di oggi è stata trasmessa la convocazione del consiglio da parte del presidente per venerdì 29 maggio 2020, ma da poco è arrivata una missiva firmata da Landella, nella quale il primo cittadino chiede ai capigruppo di anticipare al 28 per sopravvenuti suoi impegni istituzionali che gli farebbero mancare l’importante assise.

Intanto è cominciata alle 16 la riunione a Palazzo di Città in sala consiglio con gli eletti Lucio Ventura, Danilo Maffei, Pasquale Rignanese, Bruno Longo, Erminia Roberto, Giuseppe Fatigato, Annarita Palmieri e Lino Dell’Aquila, componenti della Commissione Regolamenti, che dovranno dare parere sulla tanto discussa e controversa proposta della maggioranza di modificare il regolamento comunale sul quorum per la sfiducia al presidente del Consiglio. Dopo 50 minuti la commissione ha dato il suo responso, che è abbastanza insolito per la maggioranza. La commissione ha infatti respinto la modifica del regolamento: si sono espressi contro Iaccarino, Palmieri, Dell’Aquila e Fatigato. Astensione per Longo e Roberto e voto favorevole per Ventura, Maffei e Rignanese. La posizione dei Fratelli d’Italia non fa ben sperare per la proposta.

Pur nella distinzione dei presupposti a base delle maggioranze qualificate richieste per gli istituti dell’elezione e della revoca del Presidente del Consiglio, risulta comunque opportuno abbassare il quorum richiesto per la revoca nei casi in cui l’elezione del presidente non sia avvenuta con la maggioranza qualificata dei quattro quinti richiesta per le due votazioni, ma con il ricorso al ballottaggio, prevendendosi in tal caso che la revoca sia approvata col voto favorevole della maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati, computando a tal fine anche il sindaco”, si legge nella proposta.

In sostanza la maggioranza Landella fa notare come Leo Iaccarino, eletto solo al terzo tentativo e neppure da tutta la coalizione, perché la Lega, che spingeva per il primo degli eletti Max Di Fonso, si astenne, non abbia oggi i requisiti del presidente super partes e quindi non possa godere, per la sua eventuale defenestrazione, della maggioranza qualificata dei 2/3 dell’aula.

“Il sindaco eletto dal popolo può essere mandato a casa con una semplice maggioranza, il presidente del consiglio non eletto dal popolo, ma dai suoi pari è tutelato da maggioranze qualificate? Mi sembra paradossale”, ha detto Landella ai suoi assessori e consiglieri più fidati.

Nella proposta di modifica vengono anche depennati i motivi di “reiterata violazione della legge”, inserendo una serie di valori cui il presidente deve attenersi.

“Il presidente si ispira a criteri di diligenza, lealtà, integrità, trasparenza, correttezza, obiettività e imparzialità, impegnandosi ad esercitare il proprio mandato evitando situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o all’immagine dell’amministrazione, intervenendo a difesa delle prerogative del consiglio e dei singoli consiglieri”.

Una gamma insomma di paletti molto ampia e altamente interpretabile, che rende la figura istituzionale del presidente sotto ricatto di revoca. Stando a quanto riferiscono alcuni maggiorenti di centrodestra, i Fratelli d’Italia di Erio Congedo e Marcello Gemmato avrebbero già proposto un richiamo per Leo Iaccarino, dopo quei commenti social volgari. Già al secondo richiamo potrebbe scattare la procedura per sfiduciarlo con il regolamento modificato, se venisse approvato.

Leo Iaccarino, dalla sua, sta studiando tutte le possibili mosse per mettere sotto scacco la modifica e potrebbe richiamare anche numerose sentenze come quella del Consiglio di Stato Sez. V del 6 giugno 2002, nella quale si dice che “la neutralità presidenziale subirebbe un serio vulnus se costantemente minacciata dalla possibilità di revoca consiliare fondata su motivazioni esclusivamente politiche e, dunque, per definizione, di parte”.





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