Tre infermieri e un paziente contagiati in Medicina ospedaliera, Dattoli potenzia area grigia: “Covid è cambiato, non arriva più dal Pronto soccorso”

L’obiettivo nella “fase 2” è quello di allungare i tempi di permanenza dei casi sospetti nella zona cuscinetto fino a 20 giorni. Il punto del direttore generale dopo gli ultimi contagi nella struttura

“In Medicina ospedaliera abbiamo avuto uno dei diversi casi di contagio puntiforme, il reparto non è stato chiuso ma è stato bonificato”. Il direttore generale del Policlinico “Riuniti” di Foggia, Vitangelo Dattoli, sta cercando di ricostruire ciò che è accaduto nei giorni scorsi. Il bollettino provvisorio del reparto, dopo le anticipazioni del nostro giornale, è il seguente: 40 tamponi effettuati, 3 infermieri e 1 paziente positivi. Quest’ultimo è stato trasferito in Malattie infettive. Lo scenario non è agevole, dopo il focolaio palesatosi in Medicina universitaria.

“Non sappiamo ancora se si tratta di casi extra lavorativi o se siano riconducibili al paziente arrivato dalla Rssa Palena di Foggia, il quale aveva dato 3 tamponi negativi (due loro e uno noi, date 4-7 e 11 aprile) – commenta il dg -. Le notizie di 10 giorni fa non sono quelle attuali, la situazione muta costantemente. In Pronto soccorso, ad esempio, da 3 giorni non hanno casi. Al momento arrivano ospiti delle Rsa o contagi familiari che poi diventano sintomatici, già identificati come Covid positivi”.

L’anziano arrivato dalla struttura socio-sanitaria, secondo quanto riferitoci, era asintomatico. Secondo la ricostruzione, l’anziano è arrivato in ospedale dove è stato sottoposto a tampone (già previsto), risultato positivo. Poi il tampone a tutto il reparto e la scoperta dei 3 contagi: “Quando il numero è così esiguo – chiosa -, non è detto che siano in relazione. Siamo quasi convinti che non c’entra niente il caso che è passato da noi. Lo approfondiremo, ma non è un dato patognomotico. Abbiamo già avuto altri casi, come in Malattie infettive, e possiamo prevedere alcune caratteristiche”. Eppure, anche i 3 infermieri erano asintomatici. Questo aspetto non permetterebbe, al momento, di definire categoricamente l’impossibilità del contagio di altri dipendenti.

L’altro caso che sta facendo discutere è quello dell’anestesista rianimatore. “Lavorava in area non Covid, avevamo tamponato tutti in reparto ed erano risultati negativi – replica Dattoli -, ma si trovò ad intervenire sul bulgaro che aveva tentato il suicidio. Siccome aveva uno stato febbrile, ed era rimasto a casa in quarantena, abbiamo ripetuto il tampone dopo 7 giorni ed è risultato positivo”.

Mentre si attende l’efficientamento dei percorsi (“abbiamo fatto interventi chirurgici e fatto partorire donne senza alcuna conseguenza”), per Dattoli “l’unica soluzione è potenziare l’area grigia, una zona con assetto Covid dove, invece di fermarsi 4-5 giorni, rimangano almeno una decina di giorni in più”. L’obiettivo in questa fase, dunque, è allungare il più possibile il periodo di permanenza nel “repartino” per individuare eventuali latenze nella manifestazione della condizione patologica. Per questo è stata affidata la direzione della zona aggiuntiva alla professoressa Olga Lamacchia.

“Qui abbiamo tempi un po’ più rapidi, perché un paziente Covid, tra acuzie e post acuzie, rimane un mese. In ogni caso, qui abbiamo più tempo per studiare le situazioni e ritamponare”. Detto in altri termini, si proverà ad avvicinarsi più ai 20 giorni (allungando il periodo iniziale di riferimento di 14 giorni). “Covid è cambiato, non arriva più dal Pronto soccorso, non lo tamponiamo più lì, e questo è accaduto nel giro di una settimana. Ora noi dobbiamo cambiare, adattando il sistema organizzativo. Non esiste un’organizzazione perfetta, ci sforziamo di tendere allo zero, in molti casi ci riusciamo, ma questi episodi possono capitare”, conclude.

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