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Home - Restare a casa, anche (e soprattutto) quando è festa. Questo l’antidoto all’analfabetismo sociale che i trasgressori seminano sull’asfalto, assieme al virus

Restare a casa, anche (e soprattutto) quando è festa. Questo l’antidoto all’analfabetismo sociale che i trasgressori seminano sull’asfalto, assieme al virus

Di Annalisa Graziano
5 Aprile 2020
in Cultura&Società
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Ci sono momenti in cui la lontananza dagli affetti si fa più dolorosa. Vivere le festività in isolamento, distanti dai propri familiari, non poterli abbracciare, riaccende nostalgie e tristezza. Ma quel vuoto di emozioni si riempie di senso nella consapevolezza che quella distanza rappresenta la cura che abbiamo dell’altro.

L’amore può assumere varie forme e dimensioni, inedite. Oggi, che un virus ci ha rubato libertà e spensieratezza, quel sentimento non è più misurabile nel metro quadro dell’abbraccio. Non può nutrirsi di baci e carezze quotidiane; ha bisogno di uno slancio diverso, di un’energia che produce nuove e più numerose immersioni nella profondità emozionabile. Non è più “solo” amore verso l’altro, cambia declinazione per farsi plurale, pur nella sua unicità.

Oggi, che un virus ci costringe a non decidere della nostra vita, possiamo scegliere di agire per il bene comune, restando a casa. Possiamo scegliere di essere responsabili e fare la differenza, anche quando le immagini ci restituiscono una realtà che irrita, con persone che decidono deliberatamente di non rispettare le regole.

E non è puro esercizio di critica. La rabbia che proviamo quando osserviamo gente che si assembra, che ignora le prescrizioni, che ridicolizza le norme, è un’emozione secondaria rispetto alla frustrazione. E la frustrazione, si sa, nasce dal dolore.

È una maschera la nostra rabbia, che copre la paura e la sofferenza per un patto tradito di comunità che ci fa sentire più vulnerabili. Non che stupiscano certi comportamenti antisociali, che in altri tempi si concretizzano in diverse forme di individualismo delinquenziale. Esse hanno tutto un altro peso, però, quando un’emergenza sanitaria – ogni giorno, alle ore 18.00 – fa registrare bollettini di morte. E, allora, ancora una volta, è alla parte sana delle comunità che spetta il ruolo più importante: quello di resistere e di spostare l’ago della bilancia sociale verso il ben-essere. Perché se una comunità mostra evidenti sintomi di degrado e nessuno se ne occupa, la deriva non sarà solo un rischio. Del resto, la “teoria delle finestre rotte” insegna che piccole mancanze possono trasformarsi in grandi trasgressioni che portano al caos.

E se i trasgressori continueranno a seminare il loro analfabetismo sociale sull’asfalto, rendendolo virale, agli altri spetterà sempre il compito di mantenere l’ordine, riparando le “finestre” e lasciando chiuse le porte di casa, fino a quando sarà necessario.

Tags: coronavirusFoggiamaschera
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