La nuova mafia del Gargano incurante dello Stato, l’ascesa senza rivali di “U’ Criatur”. Tutti alla corte dei “montanari”

Tutto ruota intorno al grande business della droga, al centro della guerra tra clan che imperversa da anni sul promontorio. E ora anche i rivali scendono a patti con il gruppo dei “vincitori”

La fine di Pasquale Ricucci, detto “Fic secc”, segna un passaggio cruciale nelle dinamiche criminali del Gargano. La sua morte rappresenta un durissimo colpo per il neonato clan Lombardi-Ricucci-La Torre, già ai minimi termini a causa della detenzione di Matteo Lombardi e della latitanza di Pietro La Torre. Gi eredi del gruppo di Mario Luciano Romito cedono così il passo agli acerrimi rivali del clan dei montanari Li-Bergolis-Miucci, guidato da Enzo Miucci detto “U’ Criatur” e dal fratello Dino. L’ascesa di Miucci sarebbe inarrestabile e darebbe il via all’ “alleanza bianca” della cocaina sul promontorio garganico. Dopo la strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017 e le uccisioni di Francesco Pio Gentile (Mattinata, 21 marzo 2019) e adesso Ricucci, i nemici dei “montanari” rischiano l’azzeramento, messi all’angolo dal gruppo di Miucci.

Tutto ruota intorno al grande business della droga, al centro della guerra di mafia che imperversa da anni sul Gargano. Dopo la vittoria sul proprio territorio di Monte Sant’Angelo a scapito dei Primosa-Alfieri, la sete di potere dei Li Bergolis-Miucci è proseguita con l’uccisione dell’ultimo dei Romito, ovvero Mario Luciano, eliminato oltre due anni fa per le confidenze ai carabinieri (la storia delle cimici nella masseria Orti Frenti) e anche perché poco incline ad entrare nel mondo degli stupefacenti. Stessa condanna toccò al fratello Franco nel 2009.

In alto, a sinistra, Enzo Miucci; sotto, il cadavere di Pasquale Ricucci; a destra, in alto, il prefetto di Foggia, Raffaele Grassi e il procuratore della DDA di Bari, Giuseppe Volpe; sotto, il vescovo Franco Moscone; sullo sfondo, il luogo dell’agguato a “Fic secc”

È la cocaina a fare gola, soprattutto quella che viaggia dalla Colombia all’Olanda per poi giungere a Vieste, Manfredonia, Foggia e Barletta. Vicende raccontate dalle carte giudiziarie sulla strage di San Marco in Lamis che hanno in serbo molti altri colpi di scena, non emersi nell’ordinanza cautelare e che evidenzierebbero il ruolo centrale di Enzo Miucci. L’uomo, al momento sotto il regime della sorveglianza speciale, terrebbe le fila dei traffici anche grazie alla storica alleanza con i foggiani Sinesi-Francavilla e con il gruppo viestano guidato dai cugini Iannoli. Inoltre risulterebbero contatti anche con la malavita barlettana. Gli inquirenti non escludono che proprio da Foggia, con il sostegno di qualche pregiudicato garganico, siano giunti i sicari di Ricucci. Anche esponenti di gruppi criminali rivali, alcuni in carcere, altri in libertà, stanno scendendo a patti per assicurare il proprio territorio di competenza ai voleri superiori, vedi San Marco in Lamis.

Intanto il sangue continua a scorrere sulla montagna sacra, nonostante gli sforzi della “Squadra Stato” e dell’attuale prefetto Raffaele Grassi. Anche lo strumento dell’interdittiva antimafia non starebbe fornendo gli effetti sperati. Basti pensare che attività riconducibili ai Li Bergolis-Miucci non sono state scalfite da tali provvedimenti. Ben tre i comuni della zona sciolti per mafia negli ultimi quattro anni, Monte Sant’Angelo nel 2015, Mattinata nel 2018 e Manfredonia quest’anno: ciò non basta a frenare la smania di potere dei clan locali. E la Chiesa? Il vescovo Franco Moscone (diocesi Manfredonia-San Giovanni Rotondo-Vieste) non si presentò nel migliore dei modi quando disse di non sapere dell’esistenza della mafia sul Gargano. Infelice anche la sua frase: “Chi tocca don Luca tocca me”, in riferimento al parroco di Mattinata che negava la mafia pur banchettandoci ad astice e champagne e infine riconvertito sulla “via di Damasco” (associazione Libera e Prefettura di Foggia), impegnato integralmente con la retorica dei convegni autoreferenziali.