Alla fine l’hanno ammazzato, il ruolo di Romito nella faida che da anni insanguina il Gargano

Omicidio dopo omicidio, con modalità ogni volta più cruente, la provincia di Foggia è balzata prepotentemente sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali. Stavolta la mafia locale ha mostrato più di altre volte la propria brutalità, uccidendo, senza alcuna pietà, due innocenti agricoltori di San Marco in Lamis, casualmente presenti al momento dell’agguato ai danni del boss, Mario Luciano Romito e di suo cognato, Matteo De Palma.

Mario Luciano Romito

Romito, 50 anni, era un “pezzo da novanta” nelle logiche malavitose del Gargano. Uno dei personaggi più conosciuti nella storica faida. L’uomo, da poco uscito dal carcere di Frosinone, dove ci era finito nel maggio 2014 per una vecchia rapina (LEGGI), era ritenuto, all’epoca della guerra di mafia, il referente del sodalizio criminoso. A seguito del riacutizzarsi dell’odio tra i clan, finì più volte nel mirino dei killer, scampando sempre alla morte. Un “miracolato”, insomma, almeno fino a stamattina.

Il 18 settembre 2009, ad esempio, Romito fu vittima di un attentato dinamitardo mentre era in compagnia del fratello Ivan. Un ordigno rudimentale fu posto all’interno della ruota anteriore e della carrozzeria dell’Audi A4 dei fratelli. La bomba, costruita con della polvere pirica ed un congegno meccanico esplose mentre Mario Luciano si stava recando nella caserma dei carabinieri di Manfredonia per l’obbligo di firma. L’esplosione avvenne all’altezza dell’incrocio semaforico vicino all’ex Macello in via Giuseppe di Vittorio. Per i fratelli solo ferite.

L’agguato nel quale trovò la morte Michele Romito

Il 27 giugno 2010 invece, sempre a Manfredonia, poco dopo le venti e trenta, all’altezza di viale Padre Pio (secondo piano di Zona), lungo la strada che conduce verso la Statale 89 per Foggia e, a nord, verso San Giovanni Rotondo, ignoti, a bordo di un’auto, uccisero con colpi d’arma da fuoco il 23enne Michele Romito ferendo l’allora 43enne Mario Luciano, mentre i due erano a bordo di una Y10.

Ma sono tanti gli episodi di cronaca che vedono la mafia garganica protagonista negli ultimi anni. E spesso spuntava il nome del boss ammazzato oggi. Dopo la frattura tra le famiglie Romito e Libergolis, la “guerra” si aprì a suon di omicidi. Il 21 aprile 2009 trovarono la morte Franco Romito e Giuseppe Trotta, il 23 maggio dello stesso anno invece, fu la volta di Andrea Barbarino. Il 26 ottobre toccò a Francesco Libergolis, assassinato con un colpo di lupara alla schiena e 6 colpi di rivoltella alla testa per vendicare Franco Ro­mito, allevatore assassina­to a Siponto perché considerato un traditore. Un botta e risposta clamoroso a distanza di pochi mesi al quale seguirono altri episodi di sangue. Come quello del 13 gennaio 2010 culminato con l’omicidio di Michele Alfieri. Mentre il 26 giugno, sempre del 2010, venne eliminato (come raccontato in precedenza) Michele Romito mentre Mario Luciano riuscì a farla franca. L’escalation criminosa proseguì il 30 giugno 2010 con l’omicidio di Leonardo Clemente.

L’arresto di Peppe u’ Montanar

L’arresto di Giuseppe Pacilli detto “Peppe u’ montanar”

Momento clou della storia recente della faida garganica è datato 13 maggio 2011, quando beccarono Giuseppe Pacilli, alias “Peppe u’ montanar”, uno dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia. Pacilli assunse il comando del clan Libergolis, gestendo soprattutto il settore delle estorsioni che incide pesantemente sul tessuto economico dell’area garganica. “Pepp u’ montanar” fu arrestato nel 2004 nell’ambito della famosa operazione “Iscaro Saburo”, per i reati di mafia, estorsioni ed armi. Il 23 giugno 2004 nel blitz, oltre a Pacilli, vennero arrestate altre cento persone presunte affiliate ai clan della faida. Dopo il maxi processo, a luglio 2008, arrivò la sentenza, clamorosa, della Corte d’Appello di Bari che gli concesse gli arresti domiciliari. Pacilli ne approfittò per darsi alla macchia. Quel processo, in ogni caso, accertò la presenza, a partire dalla fine degli anni Settanta, di due clan contrapposti: i Libergolis-Romito (dal 2009 non più alleati, ma nemici) e gli Alfieri-Primosa. La cattura di Pacilli che si nascondeva nei boschi garganici, diede una mazzata notevole al “clan dei Montanari”.

La Dia: “Libergolis in difficoltà”

Nella recente relazione della Direzione Italiana Antimafia (secondo semestre 2016), si parla apertamente del triangolo Monte Sant’Angelo-Manfredonia-Mattinata ma anche delle difficoltà del clan Libergolis, conseguenti alla detenzione dei suoi vertici. Difficoltà che, secondo i magistrati, potrebbero aver rinvigorito i gruppi già organici al clan dei Montanari e ora guidati da figure di maggiore spessore criminale. L’operazione Ariete, conclusa a fine ottobre dall’Arma dei Carabinieri – si legge nella relazione -, fece luce su come l’assetto criminale del Gargano risenta e sia espressione anche della collaudata sinergia registratasi tra soggetti di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata. Il riferimento è, in particolare, ai clan Romito e Quitadamo colpiti proprio da quel blitz.

Ipotesi investigative 

Ma allora, chi potrebbe aver voluto la morte di Romito? Il 21 marzo di quest’anno, a Monte Sant’Angelo, fu ucciso Giuseppe Silvestri, un tempo vicino a Peppe u’ montanar. Che sia una vendetta per quell’omicidio? O l’agguato di oggi è da collegare a nuove lotte per il controllo del territorio? Più difficile pensare a legami con il duplice omicidio di Apricena di fine giugno, ma solo perché i Romito non si sarebbero mai incrociati coi clan dell’Alto Tavoliere.

Di certo, con l’uccisione di alcuni storici boss e la detenzione di altri, gli assetti criminali del promontorio si stanno via via modificando. Giovani leve provano a farsi largo rimpiazzando i vecchi capi. Sta già succedendo a Vieste e forse, adesso, anche sull’asse Manfredonia-Monte-Mattinata.