“È stato inferto un ennesimo duro colpo alla mafia del Gargano, in particolare a quella dei Montanari”. Con queste parole il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Giuseppe Gatti, ha aperto la conferenza stampa convocata dopo il blitz che ha portato all’esecuzione di nove misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta sui tre omicidi che hanno segnato la guerra di mafia tra il clan Li Bergolis-Miucci e l’organizzazione Lombardi-Scirpoli-La Torre.
L’operazione ha fatto luce sulle lupare bianche di Francesco Libergolis, detto “Faccia di Pecora”, e Francesco Armiento e sull’agguato costato la vita a Ivan Rosa. Tra i destinatari dell’ordinanza figurano Matteo Lombardi, ritenuto coinvolto nell’omicidio di Libergolis, Pietro La Torre, accusato del delitto di Rosa, Francesco Scirpoli, oltre ai collaboratori di giustizia Antonio e Andrea Quitadamo e Francesco Notarangelo, le cui dichiarazioni hanno contribuito in maniera determinante alla ricostruzione dei fatti.
“Colpite persone estranee alla guerra di mafia”
Nel suo intervento Gatti ha sottolineato il particolare significato dei tre delitti ricostruiti dall’inchiesta.
“Parliamo di vicende omicidiarie quanto mai drammatiche che hanno creato un allarme particolarmente intenso nell’opinione pubblica. Sono episodi che colpiscono soggetti in qualche modo estranei ai ruoli associativi che caratterizzavano lo scontro mafioso sul Gargano. Vengono colpite persone al di fuori della guerra di mafia”.
Secondo il magistrato, proprio questi omicidi segnano una fase di svolta nell’evoluzione della criminalità garganica.
“Questa situazione rappresenta un punto di rottura che culminerà poi nel quadruplice omicidio di San Marco in Lamis, quando vengono uccise anche vittime innocenti. È una mafia che non si limita più a combattere contro i clan rivali, ma impone il controllo del territorio annichilendo un’intera comunità attraverso un uso indiscriminato e spregiudicato della violenza”.
“Non bastava uccidere, volevano cancellare anche la memoria”
Uno dei passaggi più forti della conferenza stampa riguarda le modalità con cui sarebbero stati commessi i delitti.
“Questi omicidi segnano ancora una volta il marchio operativo della mafia garganica. Non basta cancellare una vita, bisogna cancellare anche la memoria di quella vita”.
Gatti ha ricordato come due dei tre delitti siano stati eseguiti con il metodo della lupara bianca, mentre nell’omicidio di Ivan Rosa ricorre una modalità già emersa in altri fatti di sangue.
“Nel caso di Rosa si ripropone ancora una volta quel colpo di grazia esploso al volto con un fucile a canne mozze. La cancellazione del volto e dei corpi racconta una dimensione di odio che va oltre l’eliminazione fisica della vittima e punta a cancellarne perfino il ricordo”.
Le dichiarazioni dei pentiti decisive per le indagini
Il sostituto procuratore ha attribuito un ruolo fondamentale ai collaboratori di giustizia.
“Tantissimo”, ha risposto alla domanda sull’incidenza delle loro dichiarazioni.
Secondo Gatti, la svolta investigativa è stata resa possibile anche dalla crescente collaborazione tra Direzione distrettuale antimafia di Bari, Direzione nazionale antimafia e Procura di Foggia.
“Oggi il coordinamento investigativo è intenso, stabile e strutturato. Questo metodo di lavoro ha prodotto risultati investigativi e processuali importanti e ha favorito il ritorno delle collaborazioni”.
Il magistrato ha ricordato come prima del 9 agosto 2017 il fenomeno dei collaboratori di giustizia nella provincia di Foggia fosse praticamente inesistente.
“Fino ad allora avevamo pochissimi, se non nessun collaboratore di giustizia nel Foggiano, mentre nel Barese erano oltre duecento. Oggi possiamo contare su venticinque collaboratori e quattro testimoni di giustizia”.
“Da queste mafie ci si può liberare”
Per Gatti il dato più importante non è soltanto investigativo.
“La collaborazione di giustizia è un segnale fortissimo. Ci dice che il vincolo mafioso garganico non è indissolubile e che anche da queste mafie si può uscire. È un messaggio che riguarda tutta la comunità e dimostra che anche in una terra così difficile esiste una speranza concreta di cambiamento, che tutti dobbiamo continuare a perseguire”.
Sull’omicidio avvenuto venerdì sera a Vieste, il magistrato ha invece mantenuto il massimo riserbo, limitandosi a spiegare che “si tratta di attività d’indagine in corso” e che, proprio per questo, non è possibile rilasciare dichiarazioni.











