“Stefano era casa, lavoro e famiglia”. Comincia così la lunga lettera inviata alla redazione de l’Immediato da Marianna Bruno, zia di Stefano Bruno, il giovane morto nella sparatoria avvenuta il 29 aprile scorso in un casolare di famiglia nella zona del Quadrone delle Vigne, all’altezza di via Cerignola, alla periferia sud di Foggia.
Nella mail, la donna esprime tutto il dolore e la rabbia della famiglia per alcune ricostruzioni circolate dopo il fatto di sangue. “Siamo stanchi di leggere quotidianamente che mio nipote viene descritto come un pluripregiudicato, già noto alle forze dell’ordine”, scrive. “Stefano lavorava dall’età di 7 anni. Quando usciva da scuola si toglieva il grembiule e correva a imparare il mestiere dal padre meccanico. Aveva sempre una chiave in mano e uno straccio, amava il suo lavoro”.
Il dolore della famiglia
La zia del giovane sottolinea con forza che il nipote “non ha una denuncia di nessun tipo” e che “può constatarlo chiunque attraverso la fedina penale”. Parole accompagnate da un forte appello al rispetto del dolore di una famiglia già devastata dalla tragedia.
“Mio nipote è stato dipinto solo per il cognome che porta”, continua la donna. “Nessuno tutela il dolore di una mamma a cui hanno ammazzato un figlio, con un altro figlio in rianimazione e il marito ricoverato anche lui”.
La donna chiede infine “di evitare di pubblicare articoli descrivendolo in cattivo modo”.
La precisazione de l’Immediato
In merito alla vicenda, l’Immediato precisa di non aver mai scritto né definito Stefano Bruno come “pregiudicato” o “pluripregiudicato”.
Sulla sparatoria avvenuta nel casolare di famiglia restano ancora da chiarire le cause che hanno portato all’esplosione dei colpi di arma da fuoco. Nell’episodio è morto il giovane meccanico, mentre il padre Pasquale e il fratello Saverio sono rimasti feriti e si trovano ricoverati in ospedale.
Per l’omicidio è accusato il 43enne manfredoniano Giuseppe Robustella, anch’egli ricoverato per ferite riportate durante la sparatoria.









