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Home - Raduano accusa: “Diedi 10mila euro nelle mani di Dino Miucci”. Poi indica la “squadra mafiosa”

Raduano accusa: “Diedi 10mila euro nelle mani di Dino Miucci”. Poi indica la “squadra mafiosa”

Il collaboratore di giustizia ricostruisce incontri, consegne di denaro e gerarchie mafiose nel processo “Mari e Monti”. Nel mirino anche i rapporti interni al clan dei montanari

Di Francesco Pesante
28 Aprile 2026
in Gargano, Immediato TV, Inchieste
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“Ogni mese consegnavo parte dei proventi delle attività illecite”. È uno dei passaggi più pesanti messi a verbale da Marco Raduano, ex boss di Vieste noto come “Pallone”, oggi collaboratore di giustizia, ascoltato in videocollegamento nel processo “Mari e Monti” in corso davanti al Tribunale di Foggia.

Nel mirino della sua deposizione, tra gli altri, c’è Leonardo Miucci, detto “Dino”, indicato come uno dei riferimenti del clan Li Bergolis-Miucci, insieme al fratello Enzo, boss dei montanari. Otto gli imputati nel dibattimento foggiano, mentre altri 42 sono a processo con rito abbreviato a Bari, con sentenza attesa entro l’estate.

La consegna dei soldi a “Dino” Miucci

Raduano ha raccontato in aula di aver versato somme di denaro frutto di traffico di droga ed estorsioni direttamente nelle mani di Leonardo Miucci. Un episodio in particolare è stato ricostruito nel dettaglio: circa 10mila euro consegnati in contanti, legati con un elastico, durante un incontro avvenuto nei pressi dell’abitazione dell’imputato, alla periferia di Manfredonia, lungo la strada per San Giovanni Rotondo.

“Li poggiavo in mano”, ha spiegato, precisando che quella non sarebbe stata un’eccezione ma parte di un sistema consolidato. Alla domanda del pubblico ministero, infatti, il collaboratore ha chiarito che si trattava di versamenti periodici: “Mensilmente cedevo parte dei proventi di attività illecita”. Quando non era possibile recarsi da Enzo a Monte Sant’Angelo, gli incontri avvenivano altrove come, appunto, dal fratello Dino.

Secondo la sua ricostruzione, i pagamenti sarebbero andati avanti da gennaio 2015 fino a settembre 2016, periodo in cui, dopo l’omicidio di Angelo Notarangelo, Raduano avrebbe assunto un ruolo di comando su Vieste. In occasione della consegna dei 10mila euro sarebbe stato presente anche Giovanni Caterino alias “Giuann Popò”, oggi all’ergastolo per aver fatto da basista alla strage di San Marco del 9 agosto 2017.

Gli incontri e la “cassa” del clan

Le somme, secondo quanto riferito, venivano consegnate nel contesto di incontri organizzati prevalentemente presso l’abitazione di Enzo Miucci, all’epoca agli arresti domiciliari. Riunioni che, a detta del collaboratore, avvenivano senza una cadenza fissa, soprattutto nel pomeriggio o in serata, e senza l’uso di telefoni tradizionali.

“Quando avevamo bisogno andavamo lì oppure ci mandavano qualcuno”, ha spiegato, indicando tra i messaggeri anche Angelo Grilli e Marco Piemontese. In alcune occasioni, ha aggiunto, agli incontri partecipava anche Leonardo Miucci, arrivando sul posto o trovandosi già nell’abitazione.

La “squadra mafiosa” e i vertici

Uno dei passaggi centrali della testimonianza riguarda la composizione del gruppo. “Io conosco la sua squadra mafiosa”, ha dichiarato Raduano, distinguendo nettamente tra attività lecite e struttura criminale.

Secondo quanto riferito in aula, ai vertici del clan ci sarebbero stati Enzo e Leonardo Miucci, insieme ad Angelo Grilli, ai fratelli Pesante e a Marco Piemontese. Un’organizzazione, ha spiegato, nella quale lui stesso avrebbe preso parte “a incontri, a organizzare omicidi e quant’altro”.

Il passaggio ai rivali e gli equilibri criminali

Raduano ha anche ricostruito la sua uscita dal gruppo, avvenuta nel 2016, quando sarebbe passato nella fazione rivale composta dai Lombardi, Ricucci e La Torre, oggi indicata come Lombardi-Scirpoli-La Torre.

Nel corso dell’esame è emerso anche un riferimento ai rapporti tra i gruppi e ad alcuni episodi di sangue. Tra questi, l’omicidio di Pasquale “Fic secc” Ricucci, avvenuto nel 2019, citato dal collaboratore nel descrivere gli equilibri tra le organizzazioni criminali.

Un contesto segnato da continui cambi di alleanze e faide interne, nel quale si inserisce anche la vicenda del cognato di Raduano, Gianpiero Vescera, la cui morte rappresenta uno degli snodi della sua parabola criminale.

Le indagini sugli appalti e i cantieri

Sul fronte delle attività economiche, il collaboratore ha riferito di aver saputo da Enzo Miucci che il fratello Leonardo si occupava di edilizia e appalti, pur senza conoscere nel dettaglio i cantieri o eventuali gare pubbliche vinte.

“Non so se ha vinto appalti, ma mi è stato riferito che si occupava di edilizia”, ha dichiarato, sottolineando di non aver mai frequentato direttamente i cantieri.

Il processo prosegue ora con l’acquisizione degli atti e delle dichiarazioni rese dal collaboratore, mentre resta centrale il nodo delle accuse sui flussi di denaro e sull’organizzazione interna del clan.

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Tags: clan Li Bergolis-MiuccidrogaEnzo MiucciestorsioniFoggiagarganoLeonardo MiuccimafiaMarco Raduanoprocesso Mari e MontiVieste
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