È stata una delle udienze più attese del processo “Mari e Monti”, il procedimento che davanti al Tribunale di Foggia vede imputate otto persone accusate, a vario titolo, di fatti contestati dalla Direzione Distrettuale Antimafia nell’ambito delle attività del clan Li Bergolis-Miucci.
A testimoniare è stato il collaboratore di giustizia Matteo Lauriola, 35 anni, conosciuto negli ambienti criminali come “il barbiere”, che ha ripercorso il proprio coinvolgimento all’interno dell’organizzazione e descritto quelli che, secondo il suo racconto, sarebbero stati gli equilibri criminali sul Gargano negli ultimi anni.
“Facevo parte del gruppo Miucci”
Davanti ai magistrati Lauriola ha confermato quanto già dichiarato durante gli interrogatori resi dopo la decisione di collaborare con la giustizia.
L’ex affiliato ha raccontato di essere entrato nel gruppo tra il 2019 e il 2020 attraverso i rapporti con Antonio Miucci e Tommaso Tomaiuolo, occupandosi inizialmente del trasporto e della gestione dello stupefacente. Ha descritto una struttura che, nonostante la detenzione dei vertici storici, avrebbe continuato a operare grazie a una rete di affiliati e referenti presenti tra Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Vieste.
I nomi dei Pesante e di Marco Piemontese
Tra i passaggi più significativi vi è quello relativo ai fratelli Pesante. Secondo Lauriola, dopo una fase di rallentamento delle attività di spaccio, Antonio Miucci e Lorenzo Scarabino, figlio e cognato del boss Enzo Miucci, avrebbero riallacciato i rapporti con Michele e Nico Pesante per riorganizzare il traffico di droga sul territorio garganico. Il collaboratore ha riferito che i Pesante avrebbero accettato di operare soprattutto su Vieste e in altre località del promontorio.
“Dopo essere stati chiamati da Enzo Miucci, presero contatti con Michele e Nico Pesante – le parole del pentito Lauriola alla DDA -. Fui io a contattarli insieme a Scarabino. Fu lui a parlare direttamente con Michele Pesante. I Pesante sono amici di vecchia data con Miucci, e Scarabino gli propose di tornare a fare di nuovo affari insieme. Loro si dissero d’accordo, ma non volevano spacciare su Manfredonia dove erano ancora presenti gli appartenenti all’altro clan. Accettarono di occuparsi di Vieste ed altre località. I Pesante si misero in contatto con Roberto Prencipe e Michele Guerra e fecero un accordo. Di questo mi ha parlato Scarabino”.
Nel medesimo contesto Lauriola ha inserito anche il nome di Marco Piemontese detto “il Re” o “Marco u’ Re” indicandolo tra i soggetti che, a suo dire, facevano parte del gruppo operativo riconducibile ai montanari in quel periodo.
Le conferme alle dichiarazioni di Pettinicchio
Le dichiarazioni di Lauriola assumono particolare rilievo perché si sovrappongono, almeno in parte, a quelle già rese da Matteo Pettinicchio, considerato dagli investigatori uno dei più importanti collaboratori di giustizia provenienti dal clan Li Bergolis-Miucci.
Anche Pettinicchio, nei verbali depositati in altre indagini della DDA, ha descritto gli assetti criminali successivi agli arresti dei vertici storici, indicando rapporti tra esponenti del gruppo Miucci e soggetti attivi nelle piazze di spaccio del Gargano.
Le dichiarazioni dei due collaboratori rappresentano oggi uno dei principali pilastri investigativi utilizzati dalla Direzione Distrettuale Antimafia per ricostruire l’evoluzione del clan negli ultimi anni.
Il capitolo Francavilla e i rapporti con Cerignola
Lauriola ha inoltre parlato dei presunti rapporti tra il gruppo garganico e ambienti criminali della provincia di Foggia e di Cerignola.
Nei verbali confluiti negli atti dell’inchiesta, il collaboratore ha riferito di un accordo che avrebbe coinvolto esponenti vicini a Enzo Miucci, i fratelli Pesante e Emiliano Francavilla, figura recentemente finita al centro di un’altra importante indagine antimafia. Secondo il racconto, alcune attività di traffico di droga sul Gargano sarebbero state subordinate al versamento di somme di denaro destinate al mantenimento dell’organizzazione.
Il ruolo attribuito a Dino Miucci
Tra gli otto imputati del processo figura anche Dino Miucci, presunto uomo degli appalti dei montanari e fratello maggiore di Enzo Miucci. Su di lui si era espresso così Lauriola dinanzi ai magistrati: “Dino Miucci otteneva gli appalti grazie al suo cognome. In caso di grandi estorsioni, Dino avrebbe ottenuto sicuramente una parte del provento”. E ancora: “Aggiungo che il soggetto si è recato per le condoglianze presso l’abitazione di Ricucci Pasquale“, boss ucciso a Macchia nel 2019, detto “Fic secc”, ex componente proprio dei montanari prima di scindersi per creare una sua organizzazione oggi riconducibile al gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre.
Attesa per le sentenze di Bari
Mentre il rito ordinario prosegue davanti al Tribunale di Foggia con l’esame dei collaboratori di giustizia e dei testimoni dell’accusa, a Bari resta attesa la sentenza del procedimento celebrato con rito abbreviato che coinvolge altri 42 imputati della stessa inchiesta.
Un doppio binario processuale destinato a incidere in maniera significativa sulla ricostruzione giudiziaria degli assetti mafiosi che, secondo l’accusa, hanno caratterizzato il Gargano negli ultimi anni.










