Nessun risarcimento per la detenzione subita, nonostante l’assoluzione nel processo di merito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da Luigi Palena, 56enne manfredoniano, confermando la decisione della Corte d’appello di Bari che aveva negato l’indennizzo per ingiusta detenzione.
La vicenda giudiziaria
Palena era stato arrestato e detenuto tra il 16 ottobre 2018 e il 14 settembre 2020, prima in carcere e poi ai domiciliari, con l’accusa di aver custodito una pistola riconducibile a Giovanni Caterino, figura di spicco del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci. Un’accusa aggravata dal presunto favoreggiamento mafioso, dalla quale però era stato successivamente assolto con formula piena.
Nonostante l’assoluzione, i giudici hanno ritenuto che l’uomo non avesse diritto alla riparazione economica prevista per i casi di ingiusta detenzione.
Il ruolo dei rapporti con Caterino
Al centro della decisione della Cassazione c’è la valutazione della condotta di Palena, ex gestore di una nota paninoteca di Siponto. Secondo i giudici, i suoi comportamenti, sia prima che durante il procedimento, avrebbero contribuito a generare il quadro indiziario che portò alla misura cautelare.
In particolare, viene evidenziata la stretta relazione con Caterino, condannato in via definitiva all’ergastolo per la strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, in cui furono uccisi Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e i fratelli agricoltori Aurelio e Luigi Luciani.
Le conversazioni intercettate tra i due, secondo i giudici, dimostravano una frequentazione che andava oltre rapporti occasionali o leciti, inserendosi in un contesto ritenuto compatibile con ambienti criminali.
“Condotta colposa” e mancati chiarimenti
Per la Cassazione, Palena avrebbe tenuto una condotta “gravemente colposa”, non tanto per aver commesso un reato, quanto per aver contribuito a creare l’apparenza della sua responsabilità.
Tra gli elementi valutati: la consapevolezza dei timori di Caterino legati alle indagini, il tono e i contenuti delle conversazioni, il fatto di non aver fornito chiarimenti immediati durante le prime fasi del procedimento.
Secondo i giudici, proprio il ritardo nel fornire spiegazioni alternative – poi emerse solo in sede processuale – avrebbe inciso nel consolidare i sospetti a suo carico.
Il principio della Cassazione
La Corte ha ribadito un principio consolidato: anche in caso di assoluzione, il risarcimento per ingiusta detenzione può essere escluso se la persona, con il proprio comportamento, ha contribuito a determinare l’errore dell’autorità giudiziaria.
Non si tratta, sottolineano i giudici, di valutare la colpevolezza penale, ma di verificare se la condotta sia stata tale da ingenerare, ex ante, il sospetto di un reato.
Ricorso respinto
Alla luce di queste valutazioni, la Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso di Palena, confermando il rigetto dell’istanza di riparazione e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
Una decisione che si inserisce nel solco della giurisprudenza consolidata e che richiama ancora una volta il peso delle relazioni e dei comportamenti individuali nella valutazione dei diritti legati alla libertà personale.












