Un gruppo di donne detenute della Casa Circondariale di Foggia ha preso parte ad un progetto laboratoriale che ha dato vita a straordinarie opere di arte tessile. Si chiama “Ritagli di libertà”, il corso pratico d’arte ideato dalla illustratrice, pittrice e artista Daniela d’Elia.
L’iniziativa sostenuta dall’Inner Wheel Club Foggia C.A.R.F., guidato dalla prof Silvana Carrozzino, con il patrocinio del Comune di Foggia nell’ambito dei “100 giorni per la legalità”, in collaborazione con CSV Foggia e l’associazione Genoveffa De Troia ha sviluppato attraverso attività di arte tessile delle opere ispirate alle esperienze personali delle partecipanti, con il contributo fotografico di Jean Patrick Sablot.
All’inaugurazione al Museo Civico, moderati dalla giornalista e volontaria in carcere Annalisa Graziano, sono intervenuti insieme a D’Elia, il vescovo Giorgio Ferretti, gli assessori Giulio de Santis e Simona Mendolicchio, il direttore della struttura detentiva foggiana Michele De Nichilo, il dirigente della Polizia penitenziaria Claudio Ronci e Paola Errico dirigente dell’Area trattamentale.
Pezzi di tessuto, brandelli di vita sono diventati dei transfert per le donne detenute, ha detto il direttore citando “Le Due Città”, la storica rivista mensile ufficiale dell’Amministrazione Penitenziaria Italiana (DAP), fondata nel dicembre 2000.
“Il carcere è spesso una città a parte, ma certi progetti si realizzano solo se c’è coinvolgimento della società civile”.
Daniela D’Elia è stata molto generosa con l’uditorio nel raccontare la sua esperienza da volontaria e formatrice in carcere.
“L’idea nasce subito, sin dal 2017 quando ho cominciato le mie attività alla casa circondariale. Fare poesia con le persone detenute mi ha cambiato la vita. Avevo paura di affrontare la sezione femminile, era un pregiudizio mio. Con la professoressa Carrozzino abbiamo pensato all’arte tessile, che non è il cucire, perché io non so cucire, ma mettere i punti e usare i ritagli come colori e l’ago e filo come i pennelli. Nella realtà è stato molto difficile insegnare a cucire. Credo fortemente alla potenza dell’arte come trasformazione, per me è una concretezza, anche chi non si vuol fare coinvolgere si fa abbandonare all’arte”.
La detenzione è particolare, ha caratteristiche peculiari e il progetto artistico ha saputo cucire relazioni. “Il lavoro in carcere è difficilissimo e complicato – ha continuato l’artista -. I doni che io ho non sono i miei e li devo mettere a disposizione, mi piace la condivisione e sono molto ostinata. Le ho convinte a scrivere e a raccontare le loro storie. Raccontatemi quello che voi volete che io sappia e che la gente sappia, ho detto. Non mi interessavano i reati. Cosa desiderate? Cosa sognate? E ho suggerito loro di non fare sogni piccoli. Con l’arte hanno toccato con le mani i loro sogni“.
C’è chi si è vista cuoca nella sua cucina dopo anni di detenzione, chi dopo tanti anni di disagio psichico conclusosi col carcere ha accettato le proprie lacrime, chi ha ritrovato l’abbraccio dei figli lasciati fuori.
L’Area trattamentale fa dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione, il proprio mantra.
“I laboratori artistici nel percorso di rieducazione sono fondamentali perché fanno sì che le persone tirino fuori i loro disturbi – ha osservato Errico -. Nei colloqui strutturati non è facile parlare di sé. Le persone detenute hanno una scarsa alfabetizzazione emotiva. L’arte permette di raccontarsi, in uno spazio meno giudicante. Ogni percorso trattamentale è studiato ad hoc. Il tempo dedicato all’ozio è perso, i laboratori invece danno senso”.
Se un paziente si identifica col sintomo, chi è in carcere spesso si identifica con il reato o con il tempo trascorso in cella.
Il reato è più di una maschera sociale, ma oltre quella maschera, come ha rilevato lo psicoterapeuta, c’è l’anima, quello che siamo realmente.
“Le persone cominciano a migliorare quando cominciano a ricordare. L’arte dà una finestra sul mondo per dare una prospettiva. Io non dimentico che queste persone portano il costo del reato fatto. Rieducare è mostrare responsabilità affinché citando Carotenuto si trasformi una ferita in feritoia”.
Da frammenti e rotture le donne hanno creato un puzzle di ritagli di stoffa. “La maggior parte di loro non riusciva a stare ferma, bisognava insistere”, è stato il commento di D’Elia.
Bellissimo l’allestimento che attraverso dei veli trasparenti riproduce l’isolamento di ciascuna donna in cella. I volti fotografati e disegnati sono ingabbiati dalle sbarre, trasposte come dei fili. Non solo grate fisiche ma anche gabbie mentali, psicologiche da cui liberarsi grazie al potere dell’arte.








