C’è un errore metodologico che si ripete ogni anno con puntualità quasi scientifica: pensare che il Carnevale di Manfredonia sia una semplice festa. Non lo è. Il Carnevale è uno stato mentale collettivo, una sedimentazione culturale fatta di cartapesta, satira, sudore e appartenenza. Ridurlo a poche sfilate e a quintali di coriandoli calpestati significa impoverirne il senso profondo e tradire una storia che attraversa generazioni.
Il monumento senza marmo
Smettiamola di definirlo “evento”. Un evento nasce e muore nello spazio di un fine settimana. Il Carnevale sipontino, invece, è un monumento. Non ha marmo né pietra, ma un materiale assai più resistente: l’ostinazione di una comunità. Pensare che tutto si esaurisca in pochi giorni di sfilata è come visitare il Louvre per trenta secondi. Un’offesa alla memoria e all’intelligenza collettiva.
Il Carnevale non si organizza, accade. Accade nell’animo dei sipontini molto prima che i social decidessero cosa fosse degno di attenzione. È linguaggio politico, allegoria, critica sociale. È identità.
Il mea culpa: una questione di nome
Qui arriva l’autocritica. Chiamarlo “Carnevale di Manfredonia” è stato un atto di timidezza. Bisognerebbe tornare a chiamarlo con il suo nome autentico: Carnevale Dauno. Non per superbia, ma per verità storica. Il Carnevale non finisce al molo di levante, è un fatto territoriale, culturale, identitario. Rinunciare a quel nome è stato un errore di visione che oggi chiede di essere corretto.
Oltre Ze Peppe, la riflessione
Mentre l’attenzione pubblica si concentra ogni anno sul destino di Ze Peppe, figura simbolica e intoccabile ma ormai vittima di una narrazione ripetitiva, qualcuno ha scelto di fermarsi e riflettere. È il caso dell’Associazione Internazionale Re Manfredi, che ha promosso i “Dialoghi sul Carnevale”, guidata dall’avvocato Antonio Castriotta e dalla dottoressa Margherita Granatiero. Non un convegno, ma un confronto vero, un faccia a faccia collettivo per risvegliare il genio della città.
I custodi della memoria
A dare sostanza ai Dialoghi sono stati testimoni e protagonisti della storia carnevalesca. Dina Valente ha raccontato l’esperienza dei “Venti minuti del tuo Carnevale”, mentre Michele Apollonio, pioniere insieme al professor Adabbo, ha riportato alla memoria la costruzione dei primi carri in un’epoca senza tutorial e con tanta visione. Francesco Granatiero, disegnatore e vignettista satirico, ha arricchito il racconto con il ricordo delle grandi personalità che hanno reso il Carnevale ciò che è oggi. Rossella Prato, figlia di Gigetto Prato, ha restituito l’eredità di un uomo che viveva di coriandoli e intuizioni. Monica Mantovano ha portato il tema dell’inclusività, ricordando che il Carnevale, per sua natura, abbatte ogni barriera.
La banda dei monelli e l’archeologia del sorriso
Non si può guardare avanti senza ricordare chi ha seminato. Più di settant’anni fa il direttore didattico Antonio Valente comprese che il futuro passava dai bambini e inventò la Banda dei Monelli. Portò la scuola in strada, trasformò l’educazione in spettacolo, anticipando di decenni concetti oggi dati per scontati. Da quella intuizione nacque un percorso che, grazie anche a Gigetto Prato, portò alla “Sfilata delle Meraviglie”, oggi riconosciuta come patrimonio identitario.
Il Carnevale come terapia collettiva
Il Carnevale sipontino soffre della sindrome dell’attenzione tardiva: ci si sveglia solo a ridosso dell’evento. Ma un monumento ha bisogno di cura quotidiana. Il rilancio non passa dall’ospite televisivo di turno, ma dalla consapevolezza di essere seduti su una miniera di creatività, sartoria, ingegneria della cartapesta e spirito critico. È l’unico momento in cui la comunità si ritrova davvero, il nostro contratto sociale scritto a tempera.
Meno coriandoli, più dialoghi
Chi cerca una storiella può accontentarsi di un opuscolo turistico. Chi vuole il Carnevale vero, quello che odora di colla e ambizione, deve partire dal dialogo. L’appuntamento è giovedì 12 febbraio alle 18.30 all’Auditorium Serricchio, in Corso Manfredi. Riappropriarsi del nome Carnevale Dauno, rendere moderne le intuizioni dei pionieri, smettere di trattarlo come una festa di paese. È un monumento. E ai monumenti, a Manfredonia, bisognerebbe togliersi il cappello. O la maschera. Prima che lo scirocco porti via anche l’ultimo brandello di cartapesta.











