La parola fine arriva dalla Corte di Cassazione e chiude definitivamente uno dei capitoli giudiziari più rilevanti della recente storia criminale foggiana. I giudici supremi hanno rigettato i ricorsi difensivi, confermando la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Bari il 12 luglio 2024 e rendendo definitive le condanne a complessivi 40 anni e 4 mesi di carcere per tre affiliati al clan Moretti, coinvolti nell’inchiesta “Decima Azione”, simbolo della lotta alla mafia del pizzo in Capitanata.
Si tratta di Giuseppe Spiritoso detto “Papanonno”, 70 anni, Giuseppe Albanese alias “Prnion”, 46 anni e Fabio Tizzano, 46 anni riconosciuti colpevoli, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsioni, tentata estorsione e tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso, quest’ultimo inserito nel contesto della sanguinosa guerra tra clan che tra il 2015 e il 2016 insanguinò Foggia.
Le condanne definitive
Con la decisione della Cassazione diventano irrevocabili i 14 anni e 4 mesi inflitti a “Papanonno”, figura storica della criminalità organizzata dauna, detenuto ininterrottamente dal giorno del blitz del 30 novembre 2018. Secondo i giudici, Spiritoso aveva il compito di supportare il clan Moretti nella fase esecutiva delle attività estorsive, partecipando a tre episodi di pizzo: ai danni di un commerciante costretto a versare 5mila euro più una “tassa” mensile da 500 euro; di un amministratore di una catena di negozi alimentari che pagava 4mila euro a Natale e Pasqua; e di un imprenditore del settore turistico sottoposto a una richiesta di 1.500 euro.
Definitiva anche la condanna a 11 anni e 6 mesi per Albanese, ritenuto parte del gruppo di fuoco del clan Moretti. Albanese, detenuto dal novembre 2018, è stato riconosciuto colpevole di associazione mafiosa e di concorso in tentata estorsione ai danni del titolare di un’agenzia di pompe funebri, al quale era stata avanzata la pretesa di 50 euro per ogni funerale celebrato. Albanese è già stato condannato, in altri procedimenti ancora non definitivi, all’ergastolo e a 20 anni di reclusione per due agguati di mafia: l’omicidio di Rocco Dedda detto “il sombrero” e il triplice tentato omicidio del boss Roberto Sinesi, della figlia e del nipotino.
Chiude il quadro la condanna a 14 anni e 4 mesi per Fabio Tizzano, ritenuto responsabile, oltre che di mafia, del tentato omicidio di Mimmo Falco, colpito alle spalle il 21 novembre 2015 in via della Repubblica e rimasto sulla sedia a rotelle. L’agguato maturò nel pieno del conflitto armato tra i clan Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla. Secondo le ricostruzioni processuali, l’ordine di uccidere Falco scattò dopo il suo rifiuto di tradire un amico, anch’egli contiguo allo stesso clan rivale.
L’inchiesta Decima Azione
L’operazione “Decima Azione” scattò il 30 novembre 2018 con trenta arresti e rappresentò uno dei colpi più duri inferti alla mafia foggiana dedita alle estorsioni sistematiche. La Direzione distrettuale antimafia chiese il rinvio a giudizio per 29 imputati, contestando 24 capi d’accusa che andavano dall’associazione mafiosa alle estorsioni, dai tentativi di estorsione al possesso illegale di armi.
Al termine dei processi, celebrati con rito abbreviato per 25 imputati e ordinario per altri quattro, il bilancio complessivo è di 27 condanne per circa 250 anni di carcere e due assoluzioni.
Le dichiarazioni dei pentiti
Un ruolo decisivo nella tenuta dell’impianto accusatorio è stato svolto dalle intercettazioni e dalle rivelazioni di cinque collaboratori di giustizia ascoltati nel processo di primo grado, conclusosi il 3 maggio 2022 con condanne poi rimodulate in appello.
A raccontare organigrammi, affiliazioni rituali e dinamiche interne della “Società” sono stati Alfonso Capotosto, ex spacciatore legato ai Moretti, e Carlo Verderosa, affiliato per anni allo stesso gruppo; l’ex boss di Altamura Pietro Antonio Nuzzi, entrato in contatto con i mafiosi foggiani durante la detenzione nel carcere di Foggia; il barese Domenico Milella; e il sammarchese Patrizio Villani, killer del clan Sinesi-Francavilla, pentitosi dopo una condanna a trent’anni per l’omicidio di Roberto Tizzano.
Con la decisione della Cassazione, l’inchiesta diventa definitivamente storia giudiziaria, fissando nero su bianco responsabilità e ruoli di una stagione di violenza che ha segnato profondamente Foggia e la sua provincia.












