Nove anni dopo i fatti contestati e quattro dall’avvio del processo, arriva l’assoluzione piena. Il Tribunale di Foggia ha scagionato Marco Casolaro, 52 anni, impiegato foggiano, dalle accuse di maltrattamenti e lesioni che gli erano state rivolte dall’ex moglie. Secondo il collegio giudicante, dall’analisi degli atti e dall’istruttoria dibattimentale non sono emersi elementi idonei e sufficienti a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, la sussistenza dei reati contestati.
Le accuse parlavano di vessazioni psicologiche, limitazioni nei rapporti familiari e sociali, violenze fisiche e verbali consumate anche alla presenza della figlia, allora minorenne. Una vicenda che aveva portato, in una prima fase, all’allontanamento della ragazza dal contesto familiare per alcuni mesi, prima del suo affidamento al padre, come richiesto dalla stessa minore.
A raccontare oggi la fine di quello che definisce “un incubo giudiziario” è lo stesso Casolaro, in una lunga intervista rilasciata a Repubblica Bari. “È stato come uscire da un tunnel buio e rivedere il cielo – racconta –. Dopo anni vissuti come all’inferno ho sentito che qualcuno mi restituiva il mio nome. Ma il sollievo si mescola alla tristezza per ciò che è stato tolto a mia figlia”.
Secondo quanto emerge dalla sentenza, documenti, testimonianze e atti processuali hanno progressivamente smontato il quadro accusatorio. Un percorso lungo e doloroso, che ha inciso profondamente sulla vita personale e professionale dell’uomo. “Mi sono sentito trascinato in un inferno giudiziario – spiega – sulla base di racconti che hanno portato alla distruzione di una famiglia, con le conseguenze più pesanti riversate su mia figlia”.
Fondamentale, nel corso degli anni, il sostegno della famiglia e di una ristretta cerchia di amici, oltre al lavoro dei difensori Ettore Censano e Giulio Treggiari, avvocati del foro di Foggia. “Hanno creduto nella mia innocenza con competenza e umanità, accompagnandomi non solo come professionisti ma come uomini capaci di ascoltare il dolore”, sottolinea Casolaro.
L’assoluzione, tuttavia, non cancella il tempo perduto. “È una giustizia tardiva, dolceamara – confida –. Mi restituisce il mio nome, ma non gli anni persi, la carriera bloccata, né restituisce a mia figlia mesi di serenità che non torneranno”. Proprio per questo l’uomo ha deciso di scrivere una lettera aperta, non per vendetta, ma per richiamare l’attenzione sulle conseguenze devastanti che accuse rivelatesi infondate possono avere. “Dietro ogni fascicolo ci sono vite, figli, famiglie. Le accuse false sono lame invisibili che possono distruggere tutto”.
Oggi Casolaro guarda al futuro con cautela ma anche con una nuova consapevolezza. “Sono diventato più fragile, ma più umano. Chiedo solo pace, rispetto e normalità. Per me e per mia figlia, una vita finalmente gentile”.









