Approda in Cassazione il 12 febbraio il processo abbreviato “Grande Carro”, uno dei filoni giudiziari più rilevanti contro la Società Foggiana e in particolare contro una costola del clan Sinesi-Francavilla. Davanti alla Suprema Corte arrivano i ricorsi di sette imputati che, scegliendo il rito abbreviato, erano stati condannati in primo e secondo grado a pene complessive per 61 anni, 7 mesi e 10 giorni per associazione mafiosa, estorsioni, armi, incendi, danneggiamenti, truffa, falso e trasferimento fraudolento di valori.
Il blitz e l’inchiesta della Dda
L’inchiesta “Grande Carro” scattò con il blitz del 27 ottobre 2020, che portò a 48 arresti tra mafiosi, imprenditori, professionisti e funzionari pubblici. Al termine delle indagini, la Direzione distrettuale antimafia chiese il rinvio a giudizio di 41 persone per 94 capi d’accusa, contestando un ampio ventaglio di reati che andavano dalla mafia alle estorsioni, spesso accompagnate da incendi e danneggiamenti, fino alle truffe per ottenere indebitamente contributi comunitari in agricoltura, oltre a corruzione e riciclaggio.
Il doppio binario del processo
Nel settembre 2021, davanti al gup di Bari, il procedimento si sdoppiò. Ventotto imputati furono rinviati a giudizio per il rito ordinario, processo ancora in corso davanti al Tribunale di Foggia dal gennaio 2022. Gli altri scelsero il rito abbreviato.
Con sentenza del 22 luglio 2022, il gup assolse un imputato e condannò gli altri 11 a complessivi 94 anni di reclusione. In appello, il 30 gennaio 2025, la Corte di Bari assolse un altro imputato e rideterminò le pene per i restanti 10 in 71 anni, 11 mesi e 20 giorni. Di questi, sette hanno presentato ricorso in Cassazione: Francesco Delli Carri, Cristoforo Aghilar, Vincenzo Buonavita, Adriano Leone, Luciano Cupo, Cono Morena e Michele Pelosi.

Il nodo Delli Carri
Il nome più rilevante è quello di Francesco Delli Carri detto “Franco”, “Francuccio”, “Malagigio” o “u’ malat”, ritenuto al vertice del clan insieme al fratello Donato, quest’ultimo sotto processo a Foggia. Per Delli Carri la Cassazione dovrà esaminare un doppio ricorso: quello della difesa, che chiede un’ulteriore riduzione della pena rispetto ai 7 anni e 8 mesi inflitti in appello, e quello della Procura generale di Bari, che contesta invece lo sconto ritenuto eccessivo.
In primo grado Delli Carri era stato condannato a 16 anni, poi ridotti in appello anche grazie all’applicazione della continuazione con una precedente condanna a 18 anni già espiata nel maxi-processo “Day before” degli anni Novanta. La Procura generale sostiene però che non si possa applicare la continuazione tra reati così distanti nel tempo, mentre la difesa ribatte che gli atti di “Grande Carro” richiamano ripetutamente proprio l’inchiesta Day before.
Il processo ordinario e le prescrizioni
Mentre il filone abbreviato si avvia verso l’epilogo, il processo ordinario a 28 imputati procede con tempi lunghi. Le contestazioni riguardano soprattutto il periodo 2012-2015 e, per molte imputazioni prive dell’aggravante mafiosa, si registra già la caduta o l’imminente prescrizione di reati come truffa, falso, riciclaggio e trasferimento fraudolento di beni. Restano centrali le accuse di mafia e le condotte aggravate dal metodo mafioso.
Estorsioni, truffe e affari all’estero
Secondo la Dda, l’inchiesta ha documentato l’esistenza di una struttura del clan Sinesi/Francavilla con al vertice i fratelli Donato e Francesco Delli Carri, attiva a Foggia e in provincia, ma con interessi anche a Rimini, in Irpinia, in Bulgaria, Romania e Repubblica Ceca. Il programma delittuoso sarebbe stato finalizzato a estorsioni, usure, incendi, danneggiamenti, truffe all’Unione europea, reimpiego di denaro illecito, corruzione, coercizione elettorale e intestazione fittizia di beni, con l’obiettivo di infiltrarsi nei settori dell’edilizia, del movimento terra, della ristorazione, dei giochi e delle scommesse, oltre che di condizionare appalti e competizioni elettorali.
L’ombra del delitto Panunzio
Ai fratelli Delli Carri viene contestato il ruolo di promotori e organizzatori del sodalizio mafioso. Donato Delli Carri ha già scontato 26 anni inflitti nel maxi-processo “Panunzio” per mafia e per l’omicidio del costruttore Giovanni Panunzio, ucciso a Foggia il 6 novembre 1992 per essersi ribellato al racket anche se un pentito negli ultimi anni ha indicato l’ormai defunto Federico Trisciuoglio come esecutore materiale. Dopo la scarcerazione, secondo l’accusa, si sarebbe occupato del reinvestimento dei capitali illeciti soprattutto nel Nord Italia. I due fratelli, nipoti del boss Roberto Sinesi, respingono tutte le accuse.
Il pronunciamento della Cassazione del 12 febbraio rappresenterà un passaggio decisivo per il filone abbreviato di “Grande Carro”, mentre sul fronte del processo ordinario la parola fine appare ancora lontana.











