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Home - Le carte non si riscrivono: la mafia non era un’invenzione e Foggia non può permettersi di dimenticare

Le carte non si riscrivono: la mafia non era un’invenzione e Foggia non può permettersi di dimenticare

Ridurre lo scioglimento del Comune a un errore o a un eccesso burocratico significa ignorare ciò che emergeva dalle relazioni istituzionali: un sistema di condizionamento che, secondo la Prefettura, interessava alcuni dei servizi più delicati della città

Di Francesco Pesante
19 Luglio 2026
in Apertura, Foggia
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C‘è una differenza sostanziale tra discutere legittimamente un provvedimento amministrativo e alimentare una narrazione che finisce per sminuire la portata del fenomeno mafioso. La prima è democrazia. La seconda rischia di diventare un favore, magari inconsapevole, a chi ha sempre avuto interesse a far credere che a Foggia la mafia sia poco più di una suggestione.

Lo scioglimento del Comune nel 2021 non nacque da un episodio isolato. Né da una semplice inchiesta per corruzione. Nelle pagine della relazione prefettizia emergeva il quadro di un’amministrazione che, secondo gli accertamenti svolti dalla Commissione d’accesso, aveva mostrato gravi anomalie nella gestione di settori strategici, proprio quelli in cui, secondo la ricostruzione dello Stato, si erano create pericolose intersezioni con ambienti riconducibili ai clan Moretti, Sinesi-Francavilla e Trisciuoglio-Tolonese.

Non un singolo episodio, ma un sistema

Semafori. Verde pubblico. Bagni pubblici. Videosorveglianza. Riscossione dei tributi. Alloggi popolari. Personale ausiliario delle scuole comunali.

Non si trattava di un solo appalto contestato. Era l’insieme dei procedimenti amministrativi ad aver destato l’allarme degli ispettori del Ministero dell’Interno.

Nel capitolo dedicato agli impianti semaforici, ad esempio, veniva ricostruito un rapporto contrattuale protrattosi per anni con un’impresa successivamente colpita da interdittiva antimafia perché ritenuta riconducibile ad ambienti della batteria Moretti-Pellegrino-Lanza. Secondo la relazione, il Comune avrebbe continuato ad avvalersi della stessa società anche dopo l’interdittiva, con provvedimenti ritenuti contraddittori e difficilmente conciliabili con la normativa antimafia.

Anche la gestione dei bagni pubblici restituiva, secondo la Prefettura, un quadro inquietante: gare riservate sempre alle stesse cooperative, proroghe reiterate, partecipazioni limitate, componenti delle società e dipendenti collegati a figure apicali della criminalità foggiana. La relazione arrivava a parlare di una vera e propria “logica spartitoria”, ritenendo che il Comune avesse finito per accettare di fatto un cartello tra imprese.

Sul verde pubblico, poi, la ricostruzione descriveva ritardi nelle verifiche antimafia, omissioni procedurali e la presenza, tra i lavoratori dell’impresa affidataria, di numerosi soggetti legati da rapporti familiari o frequentazioni con esponenti delle principali batterie mafiose cittadine. La relazione parlava esplicitamente di una “timidezza” dell’amministrazione nell’attivare gli strumenti di controllo previsti dalla legge.

I boss Rocco Moretti e Roberto Sinesi

Non era un processo penale

È bene ricordarlo, perché spesso il dibattito pubblico tende a confondere piani completamente diversi.

Lo scioglimento di un Comune per infiltrazioni mafiose non equivale a una sentenza penale di condanna nei confronti degli amministratori. La legge prevede uno strumento amministrativo che interviene quando emergono elementi tali da far ritenere compromesso il buon andamento dell’ente o il rischio di condizionamenti mafiosi.

Per questo motivo continuare a ripetere che “nessuno è stato condannato per mafia” non esaurisce affatto la questione. Sono due piani differenti.

Il rischio della memoria corta

Oggi qualcuno tenta di ridurre tutto a un abbaglio dello Stato. Ma sarebbe un errore pericoloso.

Perché la relazione del 2021 non descriveva una mafia immaginaria. Descriveva rapporti contrattuali, omissioni nei controlli, affidamenti, proroghe, verifiche antimafia tardive, intrecci societari e collegamenti familiari con esponenti di primo piano della “Società foggiana”.

Naturalmente ogni vicenda merita di essere riletta alla luce degli sviluppi successivi. È fisiologico che vi siano interpretazioni diverse e che ciascuno possa sostenere le proprie ragioni. Ma una cosa è discutere gli effetti giuridici dello scioglimento, altra cosa è lasciare intendere che quel sistema non sia mai esistito.

Anche gli sviluppi più recenti invitano alla prudenza

C’è infine un elemento che rende ancora più difficile liquidare quella stagione come un semplice equivoco.

Proprio l’Immediato ha pubblicato in esclusiva la notizia dell’indagine della Direzione distrettuale antimafia che vede coinvolti tre amministratori comunali dell’epoca: uno indagato per associazione mafiosa e altri due per concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta di un procedimento ancora nella fase delle indagini preliminari, nel quale vale integralmente la presunzione di innocenza fino ad eventuali decisioni definitive.

Ma proprio per questo, mentre la magistratura continua il proprio lavoro, forse sarebbe opportuno evitare letture assolutorie o revisionismi affrettati.

La storia giudiziaria e amministrativa di Foggia è troppo complessa per essere archiviata con uno slogan. La memoria istituzionale impone rispetto per gli atti dello Stato, così come il garantismo impone rispetto per i diritti delle persone coinvolte. Tenere insieme questi due principi è difficile, ma è l’unica strada seria.

Negare che la mafia abbia cercato di infiltrarsi nei gangli della pubblica amministrazione foggiana, invece, significherebbe voltare le spalle a ciò che le istituzioni hanno documentato e che la cronaca, ancora oggi, continua a raccontare.

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