Condannato a 20 anni di reclusione Giuseppe Albanese detto “Prnion”, 45enne foggiano, uomo d’azione del clan mafioso foggiano Moretti-Pellegrino-Lanza. Albanese è stato ritenuto colpevole di triplice tentato omicidio aggravato dalla mafiosità. Secondo i giudici prese parte all’agguato ai danni del boss Roberto Sinesi detto “lo zio” al rione Candelaro di Foggia il 6 settembre 2016. Con Sinesi in auto c’erano la figlia Elisabetta (alla guida) e il nipotino di 4 anni. La donna uscì illesa mentre boss e bambino rimasero feriti. La pm della DDA di Bari, Bruna Manganelli aveva invocato 24 anni di carcere. Motivazioni tra 90 giorni.
I racconti dei pentiti, tra chi accusava e chi scagionava
Rivelazioni sull’agguato mafioso giunsero da Matteo Pettinicchio, 40 anni, originario di Monte Sant’Angelo e primo collaboratore di giustizia del clan Li Bergolis-Miucci, attivo nel cuore del Gargano. Le dichiarazioni dell’ex braccio destro del boss Enzo Miucci alias “U’ Criatur”, rese alla Dda di Bari il 5 marzo, vennero depositate nel processo ad Albanese.
Secondo Pettinicchio, il commando responsabile dell’agguato a Roberto Sinesi non sarebbe stato composto da esponenti foggiani, bensì da membri del clan garganico Lombardi-Scirpoli-La Torre, rivale storico dei Li Bergolis e dello stesso Sinesi. Da qualche decennio “lo zio” e i montanari sono storici alleati. A compiere materialmente il tentato omicidio – disse Pettinicchio – sarebbero stati Mario Luciano Romito, Pasquale Ricucci detto “Fic secc” e Francesco Scirpoli alias “Il lungo”. I primi due morti ammazzati nel 2017 e 2019, il terzo detenuto. “A raccontarmi in carcere come andò è stato un nostro uomo che portò le armi. Romito guidava la macchina e sparò con la pistola, Ricucci era al suo fianco, Scirpoli dietro con un mitra che si inceppò”.
Il pentito riferì che il gruppo usò anche un fucile, poi non impiegato, e che l’obiettivo designato era solo Sinesi. La presenza del bambino in auto avrebbe frenato il fuoco del commando. “Ricucci si lamentò: ci hanno fatto la chiamata senza dirci che c’era il bambino. Se l’è scappottata”, avrebbe detto, usando un’espressione tipica della criminalità garganica.
Nell’agguato, tre o quattro sicari a bordo di una Fiat 500 rossa aprirono il fuoco contro la 500 nera guidata dalla Sinesi. A bordo c’erano il padre Roberto, ferito gravemente al petto, e il nipotino colpito alla schiena. Nonostante le ferite, Roberto Sinesi reagì sparando con la sua arma e mise in fuga gli attentatori.
“So che Albanese faceva parte dei Moretti – aggiunse il pentito – e so anche che era lui il vero obiettivo dell’omicidio avvenuto un mese dopo in un bar di Foggia”, ricordò con riferimento all’esecuzione del 29 ottobre 2016 in cui fu ucciso Roberto Tizzano e ferito Roberto Bruno, parenti di esponenti del clan Moretti.
Nelle carte dell’ordinanza sull’arresto di Albanese comparvero anche le parole di Carlo Verderosa; anche quest’ultimo tirò in ballo Mario Romito e Francesco Scirpoli, ma non scagionò Albanese e non citò Ricucci, bensì il foggiano Perdonò. “Il collaboratore di giustizia confermava – fu riportato nelle carte del gip – la presenza dell’Albanese in occasione dell’agguato (nel bar H24 di via San Severo a Foggia, ndr) del 29 ottobre 2016, specificando che lo stesso era il bersaglio di quella azione di cui Francesco Sinesi (figlio di Roberto) era il mandante; riferiva anche di diverse circostanze confidategli dall’Albanese, come ad esempio la presenza di un ragazzino con il quale si era nascosto ed era riuscito a sfuggire all’agguato; il collaboratore riferiva anche che il Sinesi ‘ce l’aveva a morte’ con Albanese in quanto sapeva che questi aveva partecipato all’agguato ai danni del padre e che per farlo lui e i suoi complici avevano utilizzato un’auto rossa (500 L) a bordo della quale vi erano, oltre Albanese, anche Perdonò Massimo, Scirpoli Francesco, Romito Mario; riferiva inoltre che Albanese gli aveva detto che l’agguato ai danni di Sinesi lo avevano fatto con un kalashnikov e con una pistola (circostanza riscontrata dagli accertamenti tecnici eseguiti sul luogo dopo i fatti, e riferiti al numero di armi utilizzate nel corso dell’agguato dai carnefici e dalla vittima)”.
Diede informazioni anche il viestano Danilo Della Malva, 39 anni, detto “U’ Meticcio”. Citato dalla difesa di Albanese, Della Malva testimoniò in videoconferenza da una località protetta. Raccontò un episodio avvenuto nel carcere di Foggia dopo l’arresto di Romito nel blitz “Ariete” per un progetto di rapina a un portavalori. “Eravamo in carcere insieme – disse – e Romito mi raccontò d’aver incontrato Francesco Sinesi nel corridoio, mentre andavano entrambi a colloquio con i rispettivi avvocati. Francesco si presentò e gli chiese conto dell’agguato al padre. Romito rispose: non so niente, sono cose vostre”. Poco dopo, raccontò Della Malva, Romito riferì il dialogo in cella. Dopo la scarcerazione, lo stesso Scirpoli avrebbe detto a un esponente del clan Sinesi: “Diteglielo che noi non c’entriamo niente, restiamo a casa nostra e non rompiamo…”.
Francavilla: “Albanese non è persona che fa queste cose”
Venne sentito nel processo anche Emiliano Francavilla, tra gli uomini di vertice del clan Sinesi-Francavilla. Tirato in ballo da alcuni pentiti che indicavano Albanese nel commando armato, Francavilla spiegò: “Per come lo conosco io, Albanese non è persona che va facendo queste cose”, negando infine di aver confidato informazioni in carcere ad altri detenuti.
Una guerra mafiosa tra Moretti e Sinesi che insanguinò Foggia
L’agguato a Roberto Sinesi si inserì nella feroce faida dell’epoca tra il clan Moretti-Pellegrino-Lanza e il gruppo Sinesi-Francavilla, che tra il settembre 2015 e l’ottobre 2016 contò almeno dieci sparatorie in pieno centro cittadino, con tre morti e undici feriti o scampati. In un clima di rappresaglia continua, l’attentato al boss foggiano rappresentò uno dei momenti più cruenti.
Il profilo di Albanese
Giuseppe Albanese, attualmente detenuto al 41 bis nel carcere di Parma, si è sempre proclamato innocente. È già stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Rocco Dedda, in appello a undici anni e sei mesi per associazione mafiosa e tentata estorsione in “Decima Azione”, e a otto anni in primo grado per traffico di droga (operazione “Araneo”).










