L’immagine evocata da “Repubblica Bari” è potente: i tre governatori uscenti Luca Zaia, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano come il vecchio Pu Yi, l’ultimo imperatore del film di Bertolucci, che torna da semplice visitatore nella sua Città Proibita e mostra al figlio del custode il piccolo grillo nascosto sotto il trono. Anche gli ormai ex presidenti, nell’ultimo giorno trascorso in famiglia, potrebbero aver nascosto simbolicamente un loro “grillo”, il segno che non intendono affatto abbandonare il potere. Perché tutti e tre sono convinti di non essere arrivati alla fine del viaggio politico.
Zaia, il più lanciato: tra Regione, Parlamento e persino Venezia
Il veneto Luca Zaia è il più proiettato verso il futuro immediato. È l’unico dei tre di nuovo in corsa elettorale, a caccia di preferenze. Ha votato presto, a San Vendemiano, accompagnato dalla moglie Raffaella, per poi concedersi una camminata tra le colline. A piedi, perché il cavallo che sogna di ricomprare non è ancora arrivato, anche se alla Fieracavalli di Verona ha già messo gli occhi su un andaluso.
Il suo futuro, però, non sarà in Regione. Matteo Salvini gli prospetta un approdo in Parlamento attraverso le suppletive per il seggio che sarà lasciato da Alberto Stefani. Ma Zaia guarda anche altrove, e l’idea di candidarsi sindaco di Venezia (si vota a maggio) lo stuzzica parecchio. «Tutte le soluzioni sono aperte», ripete da settimane, seccato con Salvini che lo “candida ovunque” senza nemmeno consultarlo.
Nel frattempo manda segnali politici chiarissimi. A Mestre, pochi giorni fa, ha riunito a pranzo gli altri governatori leghisti — Maurizio Fugatti, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga — in una sorta di rilancio dell’asse del Nord. E in quella occasione, racconta “Repubblica”, si è discusso del progetto di trasformare la Lega in un partito federale modello Cdu/Csu bavarese. Una linea che Zaia continuerà a rivendicare, anche a costo di restare una spina nel fianco del leader.
De Luca, il ritorno ai vecchi amori e la Salerno che chiama
Settecento chilometri più a Sud, l’ex presidente campano Vincenzo De Luca si gode la sua Salerno dopo una campagna martellante per la lista civica “A testa alta”. I suoi giurano che si sia speso “al 50% per il Pd e al 50% per la lista civica”, ma — scrive “Repubblica Bari” — non tutti ci credono.
De Luca teme soprattutto che il suo successore politico, Roberto Fico, sventoli troppo il vessillo della “discontinuità”. E allora vigilerà perché non si fermino i dieci cantieri ospedalieri, perché vada avanti il progetto della Porta Est di Napoli, con la nuova sede regionale firmata Zaha Hadid, e perché si realizzi la diga di Campo Lattaro, destinata a dissetare l’intera regione. È il “deluchismo”, definito efficacemente “la versione post-comunista del berlusconismo”.
Quanto al futuro, De Luca guarda indietro. E quelle radici portano a Salerno, di cui è stato sindaco per quattro mandati. Nell’ultima diretta social lo ha fatto capire senza troppi giri di parole: “Credo che sia arrivato il momento di riprendere in mano la città e avviare programmi di riqualificazione”. Una frase che vale quasi più di un annuncio.
Emiliano tra famiglia, Csm e un possibile ritorno in Parlamento
Il terzo “vicere” è il pugliese Michele Emiliano, stoppato dal veto del successore designato Antonio Decaro e quindi fuori dalla corsa regionale. “Repubblica Bari” racconta che potrebbe essere “recuperato” come assessore, e Francesco Boccia garantisce che Decaro “è figlio politico di Michele, come lo siamo stati tutti in questi vent’anni”.
Per ora, però, Emiliano fa il padre. Sei mesi fa ha avuto una figlia, Maria Antonietta, a 66 anni, da una nuova compagna. “L’ultimo giorno da presidente l’ho trascorso con lei: era il compleanno di una zia, grande tranquillità”, racconta. Ma dietro la quiete c’è un piano preciso: ha già preso contatti con il Csm ed è pronto a rientrare in magistratura. Altro che assessore “di recupero”.
E c’è di più. Secondo indiscrezioni confermate nell’ambiente dem, Emiliano starebbe valutando anche una candidatura alle Politiche del 2027, per tornare a Roma da parlamentare. Una prospettiva che cambierebbe completamente il quadro e che terrebbe aperta — eccome — la sua traiettoria politica.
Tre governatori che escono di scena ma non escono di scena davvero. Come Pu Yi con il suo grillo nascosto, anche loro — racconta “Repubblica Bari” — hanno qualcosa che li lega a quel trono che stanno lasciando. E che, con ogni probabilità, non sarà l’ultimo.











