Un’altra donna uccisa a Foggia, e per Alfredo Traiano la ferita si riapre. Sua madre fu assassinata 22 anni fa dal marito, lo stesso uomo che avrebbe dovuto proteggerla. Oggi, leggendo la notizia della morte di Hayat, rimasta vittima di femminicidio nella sua stessa città, non può fare a meno di ripercorrere il proprio dramma. Allora decise di prendere il cognome materno, per onorarne la memoria.
Ma la sua storia personale è segnata da un’altra tragedia: nel 2020 suo zio Francesco fu ucciso durante una rapina nel bar di famiglia, dove Alfredo lavora. Eppure, nonostante il dolore, ha scelto di esporsi e di parlare, trasformando la sua vicenda in un impegno civile contro la violenza di genere.
La denuncia contro lo Stato e il sistema di protezione
In un lungo post pubblicato sui social, Traiano ha espresso rabbia e amarezza per un Paese che, a suo dire, continua a fallire nella prevenzione: “Lo Stato continua a perdere, lasciandoci quasi impotenti di fronte all’ennesima vittima. Uno Stato che sembra ignorare le condizioni del nostro territorio, privo di adeguato numero di forze dell’ordine. Uno Stato che preferisce mandare la donna in una casa rifugio invece di applicare misure coercitive contro l’uomo pericoloso, pronto a uccidere”.
Parole dure, che puntano il dito contro un approccio che, secondo lui, mette in salvo momentaneamente le donne, ma non elimina la minaccia. “Ciò che conta è salvare, non solo condannare”, afferma, ricordando come nessuna pena potrà restituire Hayat alla vita, così come nessuna gli restituirà sua madre o le tante altre donne vittime di violenza maschile.
Il richiamo a non spegnere i riflettori
Il messaggio di Traiano è anche un invito a non fermarsi alle manifestazioni di cordoglio immediato. “Tocca a noi non abbassare di nuovo lo sguardo, continuando a parlarne soprattutto quando i riflettori si spegneranno. Perché è lì che si vede la vera voglia di lottare”.
Lui promette di continuare a scendere in piazza, a urlare più forte, a battersi per sua madre, per Hayat e per tutte le donne uccise da una cultura patriarcale che, sostiene, è ancora radicata e tollerata. “A chi ci governa, a chi non sa rispettare, a chi oggi colpevolizza le donne di colpe inesistenti, solo perché donne” lancia un appello a cambiare prospettiva e a intervenire con azioni drastiche per fermare la violenza prima che sia troppo tardi.









