Leonardo Russo, 19 anni, foggiano, ed Erjon Rameta, 37 anni, albanese, tornano in carcere. Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari accogliendo la richiesta del sostituto procuratore. I due erano stati arrestati in flagranza all’alba di pochi giorni fa perché trovati in possesso di una pistola Beretta calibro 7.65 con matricola abrasa e 5 proiettili nel caricatore, e inizialmente posti ai domiciliari.
Durante l’interrogatorio di convalida, entrambi si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. I difensori avevano chiesto misure meno afflittive, sostenendo l’assenza di elementi certi su chi avesse materialmente abbandonato l’arma.
Il peso dei precedenti giudiziari
A incidere sulla decisione del giudice anche i trascorsi penali dei due indagati, entrambi già noti per attentati dinamitardi compiuti con modalità mafiose.
Russo, all’epoca minorenne, era stato fermato dalla squadra mobile il 17 febbraio 2022 nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia: per lui l’accusa era di aver piazzato una bomba davanti al pub “Poseidon”, nel centro storico di Foggia, nel gennaio dello stesso anno.
Rameta, invece, era stato arrestato nell’aprile 2022, sempre dalla mobile su disposizione della Dda, e aveva da poco finito di scontare una condanna a sei anni per aver posizionato ordigni esplosivi nel novembre 2019 davanti allo stesso “Poseidon” e nel gennaio 2020 davanti a un centro diurno per anziani, “Il Sorriso di Stefano” del gruppo Telesforo-Vigilante. Lo Stato dispose la scorta per il giovane manager, Luca Vigilante dopo gli attentati dinamitardi e le pressioni mafiose emerse già nell’operazione “Decima Azione” del 2018 da parte di altri esponenti della mafia foggiana..
I fatti del 14 luglio
Il blitz è scattato quando una volante della polizia ha intercettato Russo e Rameta a bordo di uno scooterone in via Guido Dorso. Russo e Rameta, che indossavano caschi integrali, guanti e scaldacollo, hanno parcheggiato e tentato di entrare in un edificio di via La Piccirella. Durante la fuga a piedi, uno dei due – la procura non ha ancora chiarito chi – ha gettato la pistola nella tromba delle scale, dove è stata poi recuperata dagli agenti. Gli investigatori sottolineano che nell’appartamento era presente un soggetto ritenuto vicino ai clan della “Società”, ma estraneo ai fatti.
Le motivazioni del giudice
Secondo il gip, solo il carcere può garantire le esigenze cautelari, “spezzando ogni tipo di collegamento tra gli indagati e il contesto criminale in cui sono sicuramente inseriti”.
Due i rischi evidenziati dal magistrato: quello di inquinamento delle prove, in quanto Russo e Rameta “potrebbero concordare una versione di comodo per proteggere eventuali mandanti o destinatari dell’arma”; e quello di reiterazione del reato, vista “la pericolosità dei soggetti e la loro appartenenza a un tessuto criminale consolidato”.










