Non è solo un fatto di mafia. È anche vendetta, ambizione personale e narrazione pubblica. Le intercettazioni e i post acquisiti dagli investigatori raccontano un Marco Lombardi, 49 anni, per gli inquirenti e secondo alcuni pentiti affiliato al clan Sinesi-Francavilla, determinato a distruggere pubblicamente Nicola Canonico, presidente del Calcio Foggia 1920, non solo con le bombe e gli attentati, ma con una vera e propria guerra social, lanciata – come lui stesso dichiara – nel giugno del 2022.
“Ho iniziato la guerra con Nicola, andate a vedere i miei video”, scrive Lombardi in un post. “Quando la mia ex compagna fu licenziata dal Foggia, due anni fa. Lo feci per fare un dispetto a lui”. Un rancore privato che – secondo l’ordinanza – si è trasformato in un’ossessione pubblica, fino a diventare una campagna destabilizzante.
È l’11 marzo 2024 quando Fabio Delli Carri e Danilo Mustaccioli (finiti in carcere insieme a Lombardi e Massimiliano Russo), durante un sopralluogo, si stupiscono della fermezza del presidente, che – nonostante l’attentato del 18 giugno – non si è ancora “piegato”. “Ma questo non si è calato per niente?”, domanda Delli Carri. E Mustaccioli risponde: “È tosta… è bella fatta”. Un’espressione che tradisce l’impazienza del gruppo, disorientato dalla tenuta morale dell’imprenditore.
“Lo combatto come presidente del Foggia, punto”
In un video pubblicato online, Lombardi lo dice chiaramente: “Assolutamente lo combatto in quanto presidente del Foggia Calcio”. E respinge ogni accusa di rancore personale, affermando che non si tratta di una guerra privata. “Non ho nulla contro di lui a livello personale, ma da allora è iniziata questa battaglia”.
Una linea ribadita anche in un’altra intercettazione: “Una persona sana di mente non dovrebbe nemmeno intraprendere, ossia Canonico… la famiglia Canonico deve immediatamente andare via da Foggia”.

I contatti con i “nuovi compratori” e la voglia di un ruolo
Ma le pressioni non si fermavano alla delegittimazione. In un dialogo con una donna, Lombardi accenna esplicitamente alla possibilità che la società fosse acquistata da soggetti a lui vicini, tra cui imprenditori come Matteo La Torre, Antonio Salandra e Annino De Finis, che – si legge nelle carte – avrebbero potuto garantirgli, a suo parere, un posto nella nuova governance.
Alla domanda su quale ruolo volesse ricoprire, risponde: “Qualsiasi ruolo, che ce ne sono tanti… anche uno qualsiasi”. E aggiunge: “Io sono entrato in questo giro e mi sono creato un personaggio… ora non ti porta a nulla, ma magari in futuro…”.
La compagna e le mire sul club: “Fu licenziata da Canonico”
Una parte centrale del risentimento maturato da Lombardi nasce, secondo quanto riportato nell’ordinanza, dal licenziamento della sua ex compagna, che lavorava nel club. “Fu mandata via – afferma – per fare un dispetto a me”. Questo episodio viene da lui stesso raccontato come il motivo scatenante della sua “guerra” a Canonico.
Secondo quanto ricostruito, Lombardi avrebbe anche strumentalizzato questo episodio come leva per ottenere contatti con imprenditori interessati a rilevare la società, proponendosi come figura-ponte o come futuro dirigente. Un tentativo, secondo la giudice, di rientrare nel sistema calcio dalla porta di servizio, usando le pressioni mediatiche e criminali per destabilizzare la proprietà attuale.
“Questi non sono delinquenti comuni”: il dialogo rivelatore
In una telefonata intercettata con il dirigente Vincenzo Milillo, lo stesso Canonico riconosce la particolarità della minaccia: “Questi non sono delinquenti comuni… è un ambiente pieno di simboli criptici e allusivi”, dice. E ancora: “Persone per bene come a noi lasciano tutto e vanno via”.
Una frase che fotografa perfettamente il metodo mafioso: agire nell’ambiguità, generare timore senza mai esporsi del tutto, usare l’apparente rispettabilità per stringere la vittima in un cappio psicologico.
Una strategia destabilizzante, senza parole ma con effetti devastanti
Non ci sono lettere di minaccia, né telefonate intimidatorie, ammettono gli stessi interlocutori intercettati. E proprio questo – secondo le forze dell’ordine – rende ancora più efficace il piano: agire da “furbi”, destabilizzare senza apparire, colpire senza parlare. È lo stesso Canonico a dirlo, con amarezza: “Non ci hanno minacciato né chiesto nulla, ma agiscono così”.
Una pressione costante, fatta di atti violenti e comunicazione manipolatoria, che ha convinto il Tribunale di Bari ad applicare per la prima volta l’amministrazione giudiziaria a un club di calcio professionistico, misura estrema per liberare il Foggia Calcio dal condizionamento mafioso.
Le indagini continuano, mentre il presidente – ancora sotto tutela – prova a resistere. “Da allora non si è calato per niente”, dicevano. E pare che non intendesse farlo.










