I prossimi 25 anni dell’Università degli Studi di Foggia si giocheranno tutti sul rapporto tra intelligenza artificiale e arte della cura. Il polo foggiano spinge molto sulle professioni mediche.
Nella sua lunga e dotta prolusione il professor Gaetano Serviddio, direttore del Dipartimento di Scienze Mediche, ha riflettuto su cosa significa oggi salute.
“La macchina biologica umana sa sempre cosa fare, forte di un’esperienza lunga 70mila anni. E quello che fa in ogni singolo momento è scritto nei metaboliti, sono metaboliti gli zuccheri, gli ormoni, le vitamine, i grassi e gli amminoacidi e lo sono i prodotti di scarto dei tossici, degli alimenti e dei farmaci. Oggi siamo in grado di analizzare più di 100mila metaboliti contemporaneamente, un’analisi tridimensionale che rivela la chimica della vita, grazie alla quale stiamo riscrivendo la biologia umana definendo con precisione i processi che ci distinguono gli uni dagli altri”. A tutto questo, ha proseguito il professore, va ad aggiungersi la microbiotica, l’epigenomica che studia l’influenza dell’ambiente sul genoma umano, l’interattomica che studia l’insieme delle interazioni tra proteine, il DNA, le biomolecole e ancora la fenomica, la lipidomica, la glycomica e tante altre.
L’Intelligenza Artificiale è entrata prepotentemente nella vita e nella medicina con il Covid. Immuni si basava su un modello di IA.
Ma l’IA è umana e democratica? Si è chiesto Serviddio. Dal disegno di Tina Anselmi presentato alle Camere nel 1978 si è avuto un progressivo invecchiamento della popolazione. Gli anziani oggi consumano nei paesi occidentali in alcuni casi il 60% delle risorse sanitarie.
“Chiediamoci cosa accadrebbe in un mondo in cui il medico avesse accesso ad un archivio virtuale che custodisce miliardi di storie cliniche, genetiche e metaboliche. Egli non solo potrebbe identificare la malattia ma potrebbe comprendere come essa si sviluppa”.
Questo scenario crea un dilemma: come distribuire equamente le risorse limitate senza sacrificare l’accesso alle cure per la maggioranza della popolazione? Un esempio tangibile secondo il prof è rappresentato dalla terapia dell’atrofia muscolare spinale, una malattia genetica neuromuscolare che esordisce nei primi mesi di vita e ha effetti drammaticamente invalidanti.
“La genomica ha permesso di identificare il gene malato, la trascriptomica ha spiegato quale fosse la proteina deficitaria, l’interattomica e la proteomica hanno chiarito la funzione della proteina mancante nella funzione motoria, mentre l’IA ha elaborato modelli di interazione, i profili di sicurezza. La terapia oggi è altamente efficace e disponibile, basta una sola fiala per guarire i bambini, ma costa 2 milioni di euro”.
Insomma, l’IA rischia di trasformare la professione medica in una professione artificiale laddove invece essa deve restare una professione intelligente.
A tal proposito è apparso più che ottimista padre Paolo Benanti, il teologo consulente del governo per l’Intelligenza Artificiale.
Da esperto, nel suo discorso è partito da un verso dell’Amleto di Shakespeare che da sempre indica i cambi di paradigma tecnologici nelle varie epoche storiche.
“The time is out of joint”, il tempo è fuori dai cardini.
Ciò che sembrava l’ordine naturale ad un certo punto, per un’innovazione tecnologica, salta. Nuove conoscenze scientifiche rimpiazzano l’ordine delle cose creando nuovi spazi geografici.
L’inedita sfida, la conquista di nuovi strumenti può rompere l’orizzonte democratico. Lo ha spiegato molto bene Benanti. Ad esempio, la democrazia che, con la caduta dei nazifascismi, sembrava l’unico modello di governo nell’Occidente oggi sembra superata da nuovi sistemi autocratici che mettono in crisi quello democratico.
C’è sempre una tentazione, ha detto il teologo: quella di associare la scienza al mito. Lo è dai tempi di Prometeo.
Nella sua colta lectio magistralis Benanti ha citato Platone nel Fedro, che racconta il mito di Theuth che inventa la scrittura. I simboli e la nuova conoscenza scritta rispetto alla tradizione orale avrebbero distratto l’umano, avrebbero prodotto un accumulo di conoscenza senza coscienza. Nietzsche era conservatore rispetto alla stampa, Popper sulla TV, Heidegger nei confronti della tecnica. L’attuale Byung-Chul Han nei confronti degli algoritmi e della dinamica dell’uguale.
Ma come si sa nella filosofia cattolica, nella Chiesa, il Cattolicesimo comprende tutto, si è cattolici perché si è universali. Di più e sempre capaci di includere, di per-donare. Per questo per Benanti anche la tecnologia, qualunque essa sia, rientra dentro l’Essere.
“Una tecnologia confluisce nell’essere umano senza problemi, di fronte ad essa come diceva Eco si può essere apocalittici o integrati. La matrice mitica non ci aiuta ad entrare nei gangli. Se siamo qui come membri della società accademica dobbiamo contribuire ad un approccio multidisciplinare e provvisorio. Qual è la relazione tra l’uomo e l’artefatto tecnologico? Dalle pitture rupestri fino ad oggi l’interazione con l’ambiente avviene grazie al rapporto con l’artefatto tecnologico. La condizione umana è una condizione tecno-umana. Di ulteriorità. Ogni generazione è figlia della tecnologia precedente. Nell’uso della tecnologia siamo figli e padri di una storia. È questo esistenzialmente quello che caratterizza la postura dell’università in questa stagione. Nella filosofia della tecnologia, quali sono le prospettive dell’IA?”.
Secondo Benanti l’IA è un dispositivo del potere. Software-defined reality. Fino ad oggi abusus, usus e fructus erano pienamente nelle mani di chi usava la tecnica. Ma con l’IA e con internet, vi è uno “spostamento di fructus dall’utente alla piattaforma”.
“Godere di cosa produciamo ci è sottratto. La domanda sul fructus e l’usus è fondamentale. Cosa non dobbiamo sottrarre alla cosa pubblica? Pensiamo all’artefatto linguistico o agli enzimi epistemologici, alla bioetica e al rapporto tra medici e pazienti: la tecnologia aumenta le possibilità del medico nei confronti del paziente. Ma dobbiamo riconoscere che l’innovazione ha prodotto un disgregamento dell’atto medico in un prisma di relazioni. La medicina è regina dell’antropologia e non può essere relegata ad un atto freddo. Deve esserci un compromesso di cura che associa medico e paziente”.
Benanti spera in una “piazza plurale di innovazione in una forma di progresso che aumenti le capacità del nostro sistema sanitario”.
Sulla stessa scia il ministro Orazio Schillaci. “Il progresso è quello messo a disposizione di tutti. Non può esserci cura se non è accessibile per tutti. L’ottica universalistica, che ci ha sempre guidato, va ampliata. In questa ottica abbiamo varato i nuovi Lea. Tutti i cittadini, al di là di dove risiedono, hanno il diritto di avere prestazioni valide”.










