Foggia torna a ricordare Giovanni Panunzio, l’imprenditore edile che si ribellò alla mafia pagando il suo coraggio con la vita. Sono passati 32 anni da quel maledetto 6 novembre 1992 quando Panunzio venne raggiunto e ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre era alla guida della sua Y10, auto divenuta iconica e tuttora conservata con cura dalla famiglia. Già bersaglio di intimidazioni ed estorsioni, il costruttore venne ammazzato mentre il consiglio comunale approvava il Piano Regolatore Benevolo. Era tutta un’altra Foggia ma i mafiosi erano gli stessi di oggi. All’epoca, infatti, si stavano imponendo le batterie Sinesi-Francavilla, Moretti-Pellegrino-Lanza e Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese che insieme compongono la “Società Foggiana”, organizzazione criminale ancora in auge anche se fiaccata dalle recenti operazioni “Decima Azione”, “Decimabis” e “Game Over”.
Per l’omicidio Panunzio che diede il via al primo grande processo alla mafia cittadina fu condannato a 27 anni di galera Donato Delli Carri, nipote di Roberto Sinesi, boss della batteria omonima. Delli Carri ha scontato la sua pena ma adesso è nuovamente sotto processo per l’operazione “Grande Carro” del 2020, quella sull’infiltrazione della malavita nei fondi Ue.
Ma Delli Carri si sarebbe fatto 27 anni dietro le sbarre pur non essendo l’esecutore materiale dell’attentato. Per anni si è pensato a lui anche perché indicato dal compianto testimone di giustizia Mario Nero. In realtà, almeno stando alle recenti rivelazioni del pentito Patrizio Villani, ex killer dei Sinesi, Delli Carri fece parte del commando ma a premere il grilletto fu Federico Trisciuoglio detto “Enrichetto lo Zoppo” o “Polpetta”, poi divenuto uno dei boss più temuti della città fino alla sua morte per cause naturali ad ottobre del 2022.
“Io so che è stato Federico Trisciuoglio l’esecutore materiale e non Donato Delli Carri – le parole di Villani agli inquirenti -. C’era anche Donato Delli Carri, ma non fu lui ad ammazzare Giovanni Panunzio, è stato Federico Trisciuoglio. L’omicidio non… in pratica Panunzio non doveva morire, ma lo dovevano soltanto spaventare. Mentre Federico Trisciuoglio ha fatto tutto di testa sua, l’ha buttato proprio ad uccidere. Mario Francavilla (alias “Il nero”, padre dell’attuale boss Antonello, ndr) non aveva dato l’ordine di ucciderlo, ma lo dovevano soltanto spaventare. Poi questa cosa qui in pratica è stato il vero fattore scatenante, che ha scatenato la guerra del ‘98-’99; perché quando è stato scarcerato Mario Francavilla pretendevano che Federico Trisciuoglio si doveva fare avanti, perché lui aveva fatto il casino e perché stava per essere condannato Donato Delli Carri per la cavolata che aveva fatto lui”.
Così Villani nell’interrogatorio del 10 maggio 2022 davanti ai magistrati della Dda di Bari: “Donato si era arrabbiato, perché dice: ‘Possibile che a Federico Trisciuoglio nessuno che lo va ad ammazzare? Quello sta davanti al bar…’, così e colà. Dice: ‘Patrì, io mi sto facendo vent’anni di carcere’. Si è sfogato con me, è stata come una sorta di sfogo che si è fatto. Ho detto io: ‘Perché, Donà?’, faceva: ‘perché l’agguato – dice – a Giovanni Panunzio, là, è stato proprio lui, quello quella sera non doveva morire, io non l’ho… sì, è vero che stavamo, noi lo dovevamo solo spaventare, là ha fatto tutto di testa sua. Ha preso e l’ha ucciso, lui non lo doveva uccidere quella sera”.
Il ricordo dell’associazione
“Parlare oggi di Giovanni Panunzio non è facile, ma è fondamentale. La sua vicenda umana e giudiziaria rappresenta un’eredità di grande valore per chiunque creda nella giustizia“. Lo scrive in un post l’associazione “Giovanni Panunzio – Eguaglianza Legalità Diritti”.
“Panunzio ha incarnato un modello esemplare di coraggio civile, avendo scelto di opporsi con fermezza agli estorsori che per tre lunghi anni lo hanno costretto a vivere sotto minaccia. Ha avuto mille giorni per ripensare alla sua scelta, ma non ha mai vacillato. Con grande determinazione ha continuato a denunciare i suoi persecutori, collaborando con le autorità e consegnando un memoriale con i nomi delle persone che lo avvicinavano. Questa coerenza e fermezza gli costarono la vita, ma permisero allo Stato di ottenere una sentenza storica: il maxi processo Panunzio, che sancì per la prima volta l’esistenza della criminalità mafiosa nella città di Foggia”.
E ancora: “Grazie al suo sacrificio, è stata riconosciuta ufficialmente la presenza della mafia in Capitanata, e Giovanni Panunzio è diventato l’unica vittima di mafia del territorio inserita nella lista del Ministero dell’Interno, un riconoscimento che solo lo Stato italiano può conferire. Questo è un aspetto importante da ricordare, poiché spesso si diffondono inesattezze riguardo alle vittime della mafia. Esistono differenze fondamentali tra chi è vittima di criminalità e chi è vittima di mafia riconosciuta in via ufficiale e giudiziaria e questa distinzione deve essere rispettata per preservare la memoria e il valore di chi ha sacrificato la propria vita contro la mafia per i valori di libertà, giustizia e legalità. La storia di Giovanni Panunzio ci ricorda quanto sia essenziale fare ‘buona memoria’, cioè ricordare in modo preciso e corretto. Onorare la sua figura – concludono dall’associazione – significa non solo ricordare il suo sacrificio ma anche impegnarsi affinché la legalità diventi un valore concreto, vissuto e difeso ogni giorno”.










