Dopo 22 anni di carcere, quindici dei quali trascorsi al regime di 41 bis, Armando Li Bergolis è tornato in libertà. Ha 51 anni ed è uno dei nomi più noti della storia criminale del Gargano. La sua vicenda giudiziaria è legata a doppio filo al processo “Iscaro-Saburo”, la maxi operazione scattata nel 2004 che per la prima volta portò la magistratura a certificare l’esistenza di una struttura mafiosa organizzata sul promontorio.
Condannato in via definitiva a 27 anni di reclusione per associazione mafiosa, è stato indicato per anni come uno degli esponenti di vertice del clan dei montanari, la storica organizzazione criminale riconducibile alla famiglia Li Bergolis. “Funzioni di comando assoluto” e con facoltà di “autorizzare o vietare o coordinare le più importanti decisioni del sodalizio”, scrissero in sentenza.
Nei giorni scorsi, attraverso alcune lettere inviate a l’Immediato, ha però respinto questa ricostruzione, contestando le sentenze che lo hanno riguardato e sostenendo di non essere mai stato un boss. Oggi, scrive, il suo obiettivo sarebbe soltanto quello di riprendere in mano la propria vita dopo oltre due decenni trascorsi dietro le sbarre.
Il rapporto con lo zio “Ciccillo”
Tra gli aspetti emersi negli atti del processo Iscaro-Saburo c’è anche il particolare rapporto tra Armando e lo zio Francesco Li Bergolis, storico capofamiglia conosciuto da tutti come “Ciccillo il calcarulo”, morto ammazzato nel 2009. Killer ancora ignoti.
Le sentenze non parlano mai esplicitamente di un “prediletto”, ma diversi passaggi restituiscono l’immagine di un nipote che godeva di una posizione speciale all’interno dell’organizzazione e che rappresentava il naturale interlocutore del vecchio boss.
Uno dei dialoghi più significativi compare nelle trascrizioni del celebre summit di Orti Frenti. Durante una discussione con Matteo Lombardi detto “Lombardone” quest’ultimo rinfaccia ad Armando di essersi rivolto allo zio prima di assumere determinate decisioni: “Sei venuto a prendere le cartucce da me… ‘Che ti devo dire? Parla con tuo zio, parla con tuo zio’… Dal primo momento ti ho detto di non farlo… Vai a parlare con tuo zio, tuo zio dice a te…”, ripete Lombardi nel corso della conversazione, lasciando emergere un rapporto diretto tra il giovane esponente del clan e il patriarca della famiglia.
L’omicidio Silvestri e il ruolo attribuito dagli investigatori
È nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Biagio Silvestri, assassinato nella Foresta Umbra nel 1998, che emerge uno dei passaggi più interessanti.
Secondo la ricostruzione accusatoria dell’epoca, Francesco “Ciccillo” Li Bergolis avrebbe autorizzato l’azione mentre Armando avrebbe avuto il compito di eseguirla materialmente dopo aver ricevuto le munizioni necessarie.
Si tratta però di un’accusa che non ha portato a una condanna. La stessa sentenza evidenzia infatti l’insufficienza degli elementi raccolti per attribuire con certezza quell’omicidio agli imputati, concludendo per l’assoluzione.
Resta tuttavia il quadro delineato dagli investigatori, che individuavano proprio nel rapporto tra lo storico capo clan e il nipote uno degli snodi centrali della catena decisionale dell’organizzazione.
L’erede designato dei montanari
Nel processo Iscaro-Saburo Armando Li Bergolis viene descritto come una figura di primo piano, chiamata a gestire gli interessi del gruppo e a rappresentarne l’autorità sul territorio.
Non a caso, nelle ricostruzioni giudiziarie degli anni successivi, il suo nome compare frequentemente accanto a quello dello zio Francesco, considerato il capo storico della famiglia.
Per molti investigatori, Armando avrebbe rappresentato il naturale punto di raccordo tra la vecchia generazione dei Li Bergolis e quella successiva.
Una posizione che assume ancora più rilievo osservando la situazione attuale della famiglia. A breve dovrebbe tornare libero anche il fratello Matteo Li Bergolis, 53 anni, mentre il più giovane dei tre fratelli, Francesco Li Bergolis, 48 anni, sta scontando una condanna all’ergastolo.
Le lettere e la volontà di ricominciare
Nelle missive inviate a l’Immediato, Armando Li Bergolis ha però scelto una narrazione diversa rispetto a quella contenuta nelle sentenze.
L’ex detenuto sostiene di aver pagato un prezzo altissimo, trascorrendo gran parte della propria esistenza in carcere e sottoposto per anni al regime più duro previsto dall’ordinamento penitenziario.
Respinge l’etichetta di boss mafioso, contesta le ricostruzioni giudiziarie che lo hanno riguardato e afferma di voler guardare avanti, concentrandosi esclusivamente sulla possibilità di costruirsi una nuova vita lontano dal passato.
Resta il fatto che il suo ritorno in libertà segna un passaggio simbolico importante nella storia della mafia garganica: quella stessa mafia che il processo Iscaro-Saburo contribuì per la prima volta a portare alla luce davanti ai tribunali italiani.












