Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Bari raccontano una criminalità organizzata foggiana attraversata da profonde tensioni interne, lotte per il potere e tentativi di ridefinire gli equilibri tra le principali batterie della città. Al centro dell’inchiesta ci sono i fratelli Antonello ed Emiliano Francavilla e Ivan Narciso, indicati dagli investigatori come figure di primo piano del clan Sinesi-Francavilla.
Secondo quanto emerge dalle intercettazioni e dalle conversazioni captate tra il 2025 e il 2026, il rischio che la situazione potesse sfociare in una nuova stagione di violenza sarebbe stato concreto. Gli stessi affiliati, durante una lunga videoconferenza del 18 marzo 2026, avrebbero ammesso la gravità della crisi interna. “La bandiera è la stessa”, ripete più volte Daniele Barbaro nel tentativo di richiamare tutti all’unità del gruppo. Ma poco dopo arriva la frase che meglio descrive il clima che si respirava: “Non siamo più una famiglia”.
Dietro quella frattura ci sarebbero stati contrasti sulla gestione degli affari criminali, del traffico di droga e delle risorse economiche. Un ruolo centrale lo avrebbe avuto il rapporto ormai compromesso tra Emiliano e Antonello Francavilla. Secondo quanto riferito da Barbaro agli investigatori, Emiliano lamentava che il fratello trattenesse per sé i proventi delle attività illecite senza riconoscergli alcuna quota. Nelle intercettazioni si parla inoltre di un debito di 43mila euro che Antonello Francavilla e Maurizio Mainiero avrebbero accumulato nei confronti di Emiliano, soldi che sarebbero stati sperperati alle slot machine.
Il risentimento sarebbe cresciuto ulteriormente per il fatto che Mainiero e Giovanni Consalvo avrebbero percepito circa 10mila euro al mese, mentre Emiliano riteneva di non ricevere quanto gli spettasse. Sempre secondo le conversazioni riportate nel decreto, avrebbe manifestato l’intenzione di interrompere ogni forma di sostegno economico al fratello e avrebbe confidato la volontà di vendicare il padre Mario Francavilla, storico boss della mafia foggiana assassinato nel 1998.
Le tensioni non riguardavano soltanto i soldi. Gli investigatori documentano anche divergenze sulla gestione delle estorsioni e degli affari del clan. In alcune conversazioni emerge che Antonello avrebbe sconsigliato determinate iniziative criminali proposte da altri affiliati, generando ulteriori malumori. Emiliano e Barbaro arrivano inoltre a criticare apertamente Antonello sostenendo che sarebbe influenzato dalla moglie e dalla suocera e che avrebbe perso autorevolezza all’interno del gruppo.
In questo contesto si inseriscono i tentativi di mediazione portati avanti da Ivan Narciso e Alessandro Moffa per ricomporre il rapporto tra i due fratelli. Tentativi che, secondo la ricostruzione della DDA, sarebbero però falliti rapidamente. La reazione di Emiliano sarebbe stata furiosa, al punto da distruggere il telefono cellulare detenuto illegalmente durante una delle discussioni.
Parallelamente emerge un altro fronte di particolare interesse investigativo: quello dei rapporti tra il clan Sinesi-Francavilla e la batteria Moretti-Pellegrino-Lanza. In una conversazione del 24 aprile 2026 captata sul telefono di Alessandro Moffa, Antonello Francavilla sostiene apertamente la necessità di raggiungere un accordo con gli storici rivali.
“Noi dobbiamo fare l’accordo per Foggia”, ripete più volte, spiegando che una pacificazione sarebbe servita a evitare guerre interne e a regolamentare il mercato degli stupefacenti consentendo a tutti di continuare a guadagnare.
Secondo gli investigatori, per arrivare a questo accordo Antonello avrebbe ipotizzato anche una sorta di compensazione da offrire al gruppo rivale. Nelle intercettazioni compare infatti il nome di Luigi Tonti, scarcerato pochi giorni prima, indicato come il soggetto che “quelli lo devono pompare”, espressione che la DDA interpreta come un riferimento a una possibile eliminazione fisica.
Nello stesso dialogo Antonello manifesta anche forte risentimento nei confronti di Daniele Barbaro, accusato di aver consentito ad altri soggetti di utilizzare il suo nome per gestire attività legate alle macchinette e ai videopoker nella zona di San Severo senza alcuna autorizzazione.
Tra i passaggi più significativi delle intercettazioni vi è anche la metafora utilizzata da Antonello Francavilla per descrivere la struttura dell’organizzazione. “La casa nostra ha una porta e cento finestre”, afferma. Secondo la sua visione, tutti possono parlare e mantenere contatti, ma le decisioni importanti devono passare esclusivamente dalla “porta principale”, cioè dai vertici del clan.
Le carte raccontano inoltre di continue discussioni sul controllo delle piazze di spaccio, dei rapporti con il Gargano e della gestione degli introiti derivanti dal traffico di droga. In alcune conversazioni vengono citati guadagni da 10mila euro mensili provenienti dalle attività criminali sviluppate nell’area garganica.
La tensione raggiunge livelli altissimi nelle conversazioni attribuite a Emiliano Francavilla. In una videochiamata del marzo 2026, esasperato per questioni economiche e personali, arriva a pronunciare frasi che gli investigatori considerano particolarmente allarmanti: “Io mo mi strappo il braccialetto dal piede, mi butto in mezzo alla strada e ci scanniamo”. In un’altra conversazione, dopo il rigetto di una richiesta per incontrare la figlia e la nipotina, minaccia di rendersi irreperibile e si scaglia contro magistrati e forze dell’ordine.
Per la Direzione distrettuale antimafia, tutte queste conversazioni delineano il quadro di una organizzazione ancora operativa, capace di gestire affari e relazioni criminali anche durante la detenzione dei suoi esponenti principali e attraversata da tensioni che avrebbero potuto sfociare in nuovi episodi di sangue. Un rischio che, secondo la procura, ha reso necessario l’intervento cautelare per impedire che le fratture interne alla mafia foggiana degenerassero in una nuova guerra di mafia.










