Per anni avrebbero pagato somme di denaro alla mafia foggiana per continuare a lavorare senza subire ritorsioni. È uno dei passaggi più delicati contenuti nelle quasi 500 pagine dell’ordinanza cautelare dell’operazione antimafia che pochi giorni fa ha portato a 18 arresti – 17 in carcere e uno ai domiciliari – colpendo uomini ritenuti vicini alle batterie della Società Foggiana.
Tra i nomi riportati nelle carte dell’inchiesta compaiono anche quelli degli imprenditori Franco Sannella e Fedele Sannella, ex patron del Foggia Calcio e titolari del pastificio Tamma. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, i fratelli sarebbero stati vittime di estorsioni aggravate dal metodo mafioso.
L’accusa: “Tangente da 1.500 euro ogni tre mesi”
Nell’ordinanza si legge che gli indagati Alessandro Moretti, Francesco Abruzzese e Antonio Bellofatto avrebbero costretto l’imprenditore Francesco Domenico Sannella a versare “una tangente periodica di importo pari a 1.500 euro ogni tre mesi”.
Secondo gli investigatori, il denaro sarebbe poi stato suddiviso tra la batteria Moretti-Pellegrino e altri gruppi criminali riconducibili alla cosiddetta Società Foggiana.
Gli episodi contestati sarebbero andati avanti dal dicembre 2020 fino al dicembre 2024.
Le dichiarazioni di Carlo Verderosa
Tra gli elementi riportati nell’ordinanza compaiono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carlo Verderosa, ex appartenente al clan Moretti.
Durante un interrogatorio riportato nelle carte, il pubblico ministero Bruna Manganelli chiede conto dei soldi che, secondo gli investigatori, sarebbero stati versati da Sannella alla batteria mafiosa.
“Questo Sannella, proprietario del Foggia Calcio nonché della pasta Tamma, versava alla batteria clan Moretti 3mila euro al mese?”, domanda il magistrato.
Verderosa risponde confermando il pagamento e aggiungendo dettagli sulla ripartizione del denaro: “750 andavano a Salvatore Antonio e 750 a Pesante Francesco” (due membri del clan Sinesi-Francavilla, ndr). Alla domanda sul resto della somma, l’ex malavitoso replica: “Vanno nella cassa nostra”.
Il pentito sostiene inoltre che gli imprenditori avrebbero continuato a pagare nel tempo per evitare conseguenze e attentati.
Le intercettazioni nella sala d’attesa della squadra mobile
Uno dei passaggi più particolari dell’inchiesta riguarda le conversazioni ambientali registrate nella sala d’attesa della squadra mobile di Foggia mentre alcuni imprenditori attendevano di essere ascoltati dagli investigatori.
Secondo quanto riportato negli atti, i fratelli Sannella e l’imprenditore Armando Russo parlavano tra loro delle richieste estorsive e delle pressioni ricevute.
In una delle conversazioni trascritte nell’ordinanza, si fa riferimento ai pagamenti effettuati nei confronti di Bellofatto e alle paure legate a possibili ritorsioni.
“Uno fa la denuncia e viene schiaffato in mezzo alla strada”, dice uno degli interlocutori intercettati.
In un altro passaggio emerge il riferimento alle somme richieste periodicamente. “Franco corrispondeva 500 euro al mese mentre il fratello Fedele non dava niente”, scrivono gli investigatori sintetizzando il contenuto delle intercettazioni.
Il ruolo di Bellofatto
Secondo la DDA, il ruolo operativo sarebbe stato svolto soprattutto dal quasi 80enne fabbro Antonio Bellofatto, indicato dagli investigatori come l’uomo incaricato materialmente di riscuotere il denaro dagli imprenditori foggiani. Una sorta di anello di congiunzione tra mafia e imprenditoria, dipendente per anni di alcuni imprenditori edili della città.
Nelle carte viene descritto come soggetto vicino agli ambienti criminali foggiani e utilizzato per mantenere i contatti con le vittime delle estorsioni grazie alla sua attività lavorativa.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Matteo Pettinicchio e Giuseppe Francavilla, riportate nell’ordinanza, avrebbero contribuito a rafforzare il quadro accusatorio.
Moretti tra gli arrestati, ma era già morto
Tra i destinatari della misura cautelare figura anche Alessandro Moretti detto “Sassolin”, nipote del boss Rocco Moretti alias “il porco”. Tuttavia, il suo nome compare nell’ordinanza nonostante sia stato ucciso nel gennaio scorso.
Secondo gli investigatori, le intercettazioni dimostrerebbero il coinvolgimento diretto del gruppo criminale nella gestione delle estorsioni ai danni degli imprenditori foggiani.
Le indagini della DDA e della squadra mobile proseguono ora per ricostruire ulteriormente i rapporti tra clan mafiosi, riscossione delle tangenti e mondo imprenditoriale.










